Ha Tien – Travel guide at Wikivoyage

Resumen Semanal de Noticias número 17

Hola, y bienvenidos al Resumen Semanal de noticias Número 17, correspondiente a la tercera semana de diciembre de 2020. Antes de comenzar le damos las gracias a Ceci por esos Cafecitos.
TL;DR: Acá está el video
SÁBADO:
DOMINGO:
LUNES:
MARTES:
MIÉRCOLES:
JUEVES:
VIERNES:
Cerramos el resumen con los números de la pandemia:
Si les ha gustado este resumen les agradecemos por sus comentarios y compartidas. Como ya lo hemos dicho no hacemos esto con fines de lucro, pero si alguno quiere hacernos una donación por cafecitos será más que bienvenida. Muchas gracias por todo.
Chao.
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[Resumen Semanal XII] Los bonos de Guzmán y el impuesto al viento | USD a 172

Hola, y bienvenidos al Resumen Semanal de noticias Número 12, correspondiente a la segunda semana de noviembre de 2020.
Antes de comenzar queremos agradecer a Osvaldo por esos cafecitos.
TL;DR: video en youtube.
SÁBADO:
DOMINGO:
LUNES:
MARTES:
MIÉRCOLES:
JUEVES:
VIERNES:
Cerramos el resumen con los números de la pandemia:
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Chao.
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Ludopatas o familiares/amigos de ludopatas regios: como les va en cuarentea?

Con eso que los casinos siguen cerrados (bueno eso creo), como les ha ido?
Unos compas estan bien puñetotas y siguen en jugadas clandestinas de poker en casas de Fuentes del Valle y Cumbres. Pero en un caso mas personal, mi mama es la que me sorprendio por estarse cuidando tanto.
Ella siempre ha sido muy viciosa de ir a los casinos de la ciudad, y años antes de que existieran siempre fue de ir a las loterias clandestinas de San Nicolas, como muchas otras señoras. Lo bueno, es que no gastaba tanto, se mantenia con un presupuesto mensual y si lo perdia ya no iba hasta el siguiente mes. Ella siempre dijo que es mas un pasatiempo que una manera de hacerse rica rapidamente. Mi hermana mayor es la que si esta bien pendeja y va con la idea de hacerse millonaria y se le va la quincena completa en un día a veces.
Desde que empezo esto me ha sorprendido mucho que mi mama se puso muy consciente de la situacion por su edad (arriba de 60), al punto que dejo de fumar y desde antes de que cerraran los casinos dejo de ir. Ahorita dice que si extraña un poco estar en las maquinitas por las tardes y que jugar en linea no es lo mismo. Y pues el budget que tenia para su vicio ahorita lo tiene ahorrado para un viaje a Vegas ya cuando las cosas esten mas tranquilas, aunque sabe que tardara años.
Siempre he pensado que mi mamacita es bien pinche terca, pero estoy muy feliz que si se esta cuidando mucho ahorita.
P.D.: mods, falta un flair de askMonterrey
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La propuesta de TRON y su moneda TRX es muy interesante

TRON es un protocolo descentralizado basado en la cadena de bloques que tiene como objetivo desarrollar una plataforma de entretenimiento digital. El sistema permite al usuario generar y compartir contenidos de forma libre, gratuita y descentralizada. En realidad, la moneda oficial es TRONIX (TRX), el método de pago de la plataforma.
¿Por qué me ha llamado la atención esta moneda?
Soy un jugador de casino online y el TRX se adapta perfectamente a estas plataformas, debido a sus diferentes características. Cuando hablamos del sector del entretenimiento digital nos referimos a los juegos en línea, los casinos digitales (que ya se han integrado en plataformas como Earnbet), los videojuegos en línea, los conciertos en línea....
La plataforma tiene su sede en Singapur y está regulada por las leyes del país asiático. La moneda digital tiene un máximo de 100.000 millones de TRX y actualmente tiene 66.000 millones en circulación (dos tercios).
Con todo ello, la plataforma TRX pretende desafiar a los principales proveedores de contenido del mundo: Facebook, YouTube, Google Play Store, Apple App S.
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Jazz, una guida all'ascolto - Puntata 1

Leggete questo post quando avete un po’ di tempo e uno stereo decente (o un paio di cuffie) a disposizione, dato che c’è parecchio da ascoltare. O meglio, il brano è uno solo, ma andrà riascoltato diverse volte. Quando siete pronti, possiamo iniziare.
Il jazz è un bel casino. Un sacco di note, un sacco di dissonanze, non si capisce con che strumenti si debba suonare, non si capisce se sia musica scritta o improvvisata, se vada ascoltata ballando o sorseggiando vino costoso. Insomma, un po’ perché è di suo una musica complessa, un po’ per i vari luoghi comuni e le abitudini di ascolto sbagliate, per un principiante non è semplice apprezzare questa musica. Se però tutto ciò non vi intimidisce, posso provare a darvi con questa guida qualche punto di riferimento.
Iniziamo da qui: YouTube - Spotify. Il pezzo si chiama Searchin’, di Jazzmeia Horn, album Love and Liberation del 2019. Jazzmeia è una giovane cantante americana, ha una voce spaventosa, e mi torna comoda come punto di partenza perché suona un jazz molto tradizionale. Fatevi un primo ascolto, poi tornate a leggere. Solo una precisazione (e questo varrà sempre): l’ascolto richiede il 100% della vostra attenzione, non leggete o fate altro nel frattempo.
Fatto? Molto bene, spero vi sia piaciuta, a me piace moltissimo. Ora, un ascoltatore attento, pur se totalmente inesperto, dovrebbe aver notato almeno un paio di cose.
Fin qui direi che ci siamo. Se non siete convinti di questi tre primi punti, riascoltate e verificateli.
Immagino che a questo punto i primi e gli ultimi 30 secondi del pezzo, cioè quelli cantati con le parole, siano abbastanza comprensibili a chiunque. Ciò che accade in mezzo, invece, è un po' più complesso. Usiamo allora proprio le parole come appiglio per la comprensione, eccole qui. Riascoltate i primi 30 secondi leggendo il testo.
I kept searching For someone who could turn my life around, but he never noticed I saw a fella' who had seemed to have wanted A girl like me, but he was too scared to show it I kept prancing and hoping he would like the moves I made, but he never noticed Never enough to find my true love, I keep on trying, but time is flying.
Ora riascoltate di nuovo, e provate a canticchiarlo. Non c’è bisogno né di farlo a voce alta, né di essere intonati, però cercate di farvi entrare in testa la melodia. È importante giuro, fatelo.
Fatto? Molto bene, quello che avete appena cantato è un chorus (in realtà due, dato che si ripete due volte). Il chorus è l’unità strutturale del brano: come nei pezzi pop di oggi si alternano strofa e ritornello, nel jazz tradizionale esiste un’unica sezione che viene ripetuta per tutto il brano.
Immagino che starete obiettando che Jazzmeia canta il chorus solo all’inizio e alla fine, e in mezzo no: giustissimo. Il punto è che anche quando non lo canta, gli strumenti che accompagnano continuano a suonare la stessa struttura armonica sulle stesse battute. Quindi, essenzialmente, cambia la melodia che sta sopra, ma sotto c'è un unico ritornello ripetuto dall'inizio alla fine del brano senza soluzione di continuità. Per chi riesce e vuole contare le battute, il chorus di Searchin’ ne dura 16.
Ecco quindi cosa succede in questo brano.
Adesso vi sarà chiaro lo scopo di questa analisi: se continuate ad avere in testa dall’inizio alla fine la melodia iniziale, avete un punto di riferimento ideale per non perdervi durante i soli. Per inciso, questo è esattamente ciò che fanno i musicisti. Cioè anche per loro, mentre accompagnano e improvvisano, sentono la melodia implicita, e questo viene sempre riflesso (più o meno chiaramente) in ciò che suonano.
È il momento quindi di riascoltare, anche un paio di volte, canticchiandovi in testa la melodia.
Fatto? Se siete riusciti a seguire la struttura, significa che ormai siete in grado di orientarvi da soli. Aggiungo che questo schema melodia-soli sul chorus-melodia è la struttura usata nel 90% del jazz di stampo tradizionale, dal bebop (anni ‘40 circa) a oggi. Il motivo è semplice: questa struttura ciclica è funzionale all'improvvisazione del solista di turno, perché gli consente di decidere sul momento la durata del suo solo.
Ora non mi resta che fare alcune osservazioni sparse sul brano.
Credo di aver detto tutto ciò che avevo da dire su questo pezzo, complimenti alla vostra pazienza se mi avete seguito fin qui. Se vi è piaciuto, vi consiglio di sentirvi i due album interi di Jazzmeia: A Social Call (2017) e Love and Liberation (2019). Dopo Searchin' il mio preferito è sicuramente The Peacocks (pezzo composto da Bill Evans, mica pizza e fichi) nel primo album. Non è necessario fare tutto questo lavoro di analisi per ogni brano che si ascolta, chiaramente, ma è necessario essere concentrati e attenti, questo sì.
Se avete consigli, correzioni o critiche, ogni feedback è ben accetto. Vi ringrazio per l'attenzione, e alla prossima.
submitted by MikeTeodori to italy [link] [comments]

Es muy interesante la propuesta de TRON y su moneda TRX

TRON es un protocolo descentralizado basado en blockchain que pretende desarrollar una plataforma de entretenimiento digital. El sistema de la criptomoneda permite al usuario generar y compartir contenido de manera gratuita, libre y descentralizada. Realmente, la moneda oficinal es TRONIX (TRX), el medio de pago de la plataforma.
¿Por qué me ha llamado la atención esta moneda?
Soy jugador de casinos online y el TRX se adapta perfecto a estas plataformas, por sus diferentes características. Cuando hablamos del sector del entretenimiento digital nos referimos a juegos en línea, casinos digitales (el cual ya ha sido integrado en plataformas como Earnbet), videojuegos en línea, conciertos online….
La plataforma tiene su sede en Singapur y está regulada dentro de las leyes del país asiático. La moneda digital dispone de un máximo de 100 billones de TRX y actualmente tiene 66 billones en circulación (dos terceras partes).
Con todo esto, la plataforma de TRX pretende desafiar a los principales proveedores de contenido del mundo: Facebook, YouTube, Google Play Store, Apple App S
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The Benefits of Blindness: The Contract...Ch.4

CHAPTER 4: The Contract
“Hello, Master Faruthian,” the balding, middle-aged scribe greets Stokley with a pleasing smile.
Schunk, schuunkk, schuuuuunk!
The heavy press slams, sending a shudder through Stokley’s ears.
“My name is Sclerian Eupator. It’s an honor to make your acquaintance, sire. I have the pleasure of serving as your officiator.” Sparkling silver thread shimmers in swirling patterns beneath the surface of his yellow toga.
Sclerian stands and motions toward a stool under the table’s edge. “Please, have a seat, sire. As this may take a while.”
“No, thanks, I’ve been sitting all afternoon. I’d rather stand, for now, if it’s all the same to you, sir,” Stokley replies, folding his arms behind his back.
“Suit yourself, sire.” Sclerian pushes a long, vermillion quill pen, a matching marble inkpot, and three papyrus scrolls, pinning the top and bottom ends of each scroll to the table using a set of black-ivory figurines. Seven replicas of the island’s most notorious residents stare back in defiance: rattler scorpion, trigger spider, damocles fly, palpalyne plant, myrmr queen, god mantis, zombie wasp.
Schunk, schuunkk, schuuuuunk!
“I’m here to help you complete the petition for membership in the Community of Heirs. As regrettably tedious as this may seem, it is necessary, rest assured. If you only knew the trouble still caused by the inadequacy of our early clerical policies, you’d be amazed we lasted the first few decades, let alone to this day, but I digress.” Sclerian looks around briefly on the table behind him, flinching again suddenly.
Schunk, schuunkk, schuuuuunk!
“Now, where was I? Oh, yes, these first few documents.” Sclerian runs two ink-stained forefingers along the oversized text at the head of each scroll. “These officially record, in triplicate, that you are Stokley Faruthian, born in the city of Tien-Tay, in the Duchy of Han-Zen, in the Sacred Sargosian Empire, on the Fourth day of the Third month after the Winter Solstice, in the Three Hundred and Twenty-Third year after the establishment of the International Trade Consortium, or the first year of the reign of the Emperor Shadislaw II, also commonly known as, ‘Year One of the Second Fox.’”
“That’s my name and where I live, and my birthday’s the fourth of First Market month, which is the third month of the year. That’s the same thing, right?” Eyes squint as he bends over, inspecting the scrolls.
“Yes, it is.”
“Good, and I was born in the first year of the Second Fox, that’s also right. What else does it say here at the bottom?”
“Can you not read the Sargosian script?” Sclerian’s purple eyes narrow down to the size of pin holes in his pink face.
“Course I can read Sargosian!” he retorts. “The text, it’s just so small. I can barely make out the words.” Stokley refocuses as he steps away from the table.
“That’s right, how could I forget the Faruthian propensity for farsightedness? My apologies, sire. Here, use this.” Sclerian places a thick glass lens on the flattened scroll. “Is that better?”
“Yes, thank you.” He moves the palm-sized lens along the papyrus, instantly magnifying the writing, allowing his eyes to decipher its contents.
“When you have read the scrolls to your satisfaction, sign your name along that line.”
“What did you mean, ‘Faruthian propensity for far-sightedness’?” Stokley asks after reading the documents.
“I’ve found, out of the five Faruthians whose inheritance I have had the honor of administering, all have been far--.”
“I’m your sixth Faruthian? The first five, were they my brothers or cousins? I never knew I had any family. The way Matron Maggotte at the state home always spat it out, I figured she made the name up and gave it to me out of spite.”
“Oh, I suppose, they may have been distant relations. You see, Faruthian is your clan name, taken from the old Tangril tongue meaning ‘sons of Faruth’ in honor of the first of your progenitors to step foot on Perelandreia. If we might continue, this is yours.” Sclerian presents a polished brass seal attached to a necklace of silver chain.
“It’s your personal seal, also known as a ‘kartush.’ You’ll need it to finish authenticating the documents.” Presenting as if handing over a sacred relic, he waits with patience for the youth to pluck the seal from his palms. Fingers free once more, Sclerian grabs the next set of scrolls and opens a slide in the golden press.
“Here, we have to make these in triplicate. But first, if you would carefully place your kartush inside the press, please.”
“Right here?” Stokley points at the small sliding tray in the side of the complex device.
“Yes, that’s it, right there.”
Compelled from his fingers, the kartush falls into the tray as if pulled by an invisible force the moment he places it within a few inches of the opening, closing inward with a click. Sclerian maneuvers all three scrolls horizontally and adjusts several knobs while looking through a lens attached to the opposite side of the press. Satisfied, he pushes another lever into place and glances up at Stokley.
“If you would do the honors, sire.” Sclerian motions toward the fist-sized, ivory-handled lever.
“This one?”
Schunk, schuunkk, schuuuuunk!
Squeezing his eyes shut, he pauses for a moment before instructing Stokley again, “Yes, if you would pull it down firmly. You need not slam it, as some of your colleagues seem to find necessary.” Sclerian raises his voice and stares down the table at the other officiators, none of whom take any notice.
“You want me to pull it down?”
“Yes, hold it there momentarily until I indicate to reverse the lever. I will then adjust the press and we’ll complete the process for the final two copies.”
Schunk, schuunkk, schuuuuunk!
Sclerian lays out three new scrolls after completing the first set. Identical to the first in form and organization, but they’re written in the distinct, pictorial characters of SisterScript rather than the more elegant, if abstract, lines and slashes composing the ancient Sargosian writing system.
SisterScript, but what do they say?” Stokley asks, knowing the answer but preferring to appear ignorant, a technique he favors for deducing the honesty of strangers.
“You were not educated in SisterScript at Han-Zen State Home Nine? We were informed that your skills in the language were considerable, is that not so?”
“Maybe I’m just rusty. It’s been almost a year since I left. To tell you the truth I haven’t really had any practice. Let me look a little closer,” he lies, palming the lens over the papyrus and performing the translation with ease. He spends the next several minutes conspicuously struggling, continuing the deception. “They’re duplicates of the first scroll.”
“Hmm,” Sclerian mumbles. “More confirmations of your birth-date, location of birth and identity. These are for the official records housed in the Palace of Perpetuity in the Great City of Praeto.”
Schunk, schuunkk, schuuuuunk!
“This is an indemnification against damages and identification of the Community of Heirs as next of kin.” Sclerian places another set of documents on the table. “We just need your signature and kartush here, here, here, here, there, this spot, over here, that place there, there, there, and here.”
How does he keep his toga so spotless with those hands? Wow! Stokley marvels as Sclerian’s ink-filthy fingers flitter above the scrolls. An eye-ball sized ruby glimmers from his purple pinky. How could he wear that ring on that hand? It’s sacrilege.
“Indemnification against damages?” Stokley asks, distracted by the hypnotic effect of the blinking jewel, the largest ruby he’s ever seen, and so close!
“Yes, well, in the course of your preparation, training, or career in the service, if anything should happen to your physical person, your inheritance and possessions would revert back to the Oroboro Exchange Cartel via the Community of Heirs. This clause also prevents any right to legally recognizable marriage by the heir without authorization of the Community and forbids inheritance by any future children the heir may produce, unless that child is made a ward of the Community, which applies to all members without exception. Even the Commodore cannot bequeath so much as a single share of stock when he dies.”
“I’ve never been concerned about making a family. But what about this ‘indemnification against damages?’ What kind of damages are we talking about here?”
“As a legally binding contract applicable in international jurisdiction, potentially entitling the candidate to the greatest fortune in the known or unknown world, I’m sure you can understand every circumstance must be accounted for. And, since death is common to us all, the recourse in its event must be accounted for as well. That being said, the training and evaluation process can be challenging, and not everyone survives.”
“What is this, ‘training and evaluation process?’” Stokley asks, pausing over the next scroll. “And what do you mean, ‘not everyone survives’?” Stokley asks, trying desperately not to stare at the ruby glaring at him from the end of Sclerian’s hand.
“To ascertain your usefulness, we must evaluate each heir prior to placement. This involves various activities where you will travel extensively throughout the interior with your own bonded team of Kyte-Sen-Koo, whom you will receive shortly. Even with the protection of your body men we must say the process is, like all activities taking place on Perelandraia, not without certain risks which I’m sure you can envision.”
“Um, why don’t you help me out with that, what are we talking about here?”
“Unfortunately for assuaging your understandable concern, there are certain elements of the evaluation to which even we officiators are not privy. Thus, even if they didn’t forbid me from revealing proprietary information, I would still find myself unable to answer your question.”
“Huh?”
“If you prefer not to continue, you have the option of formally renouncing your inheritance. A fair warning, heirs choosing to do so forgo all rights of claim on membership in the Community of Heirs of the Grande and Noble Oroboro Exchange Cartel, the decision being permanent and irrevocable,” Sclerian rattles off rapidly.
“Wait a second,” Stokley interjects out of instinct.
Sclerian continues the ‘take away’ clause, “We will then grant you safe passage to any port in the known world and an official O.E.C. note of tender worth fifteen thousand sisterpieces, at current rates of exchange, and refundable at any Imperial Bank or Bourse House within the network of the International Trade Consortium. Or, virtually anywhere else in the Seven Semi-Continents you may desire to go.”
“Fifteen thousand pieces of seven? And all I have to do is sign and sail away, I don’t have to do anything else?”
With fifteen thousand in cartel currency and free passage to Praeto, who knows what could happen! Stokley has little difficulty imagining himself parlaying this newfound wealth into an eventual stake in one of the many high-class casinos lining the great city of Praeto’s legendary Lilac Lagoons. Delusions of densely packed gambling halls with velvet roped V.I.P. sections waft through his head, the rich aroma of his own wishful thinking.
“Yes, that’s correct. Fifteen thousand in pieces of seven is certainly a considerable amount of capital for many men. But it would seem a paltry sum next to the regular stipend drawn by any member of the Community, to say nothing of its high-ranking members, not to mention the Board.”
A ray of sunlight refracts through the scribe’s ring, pulling Stokley from his reverie. He recalls the dozens of black pearls falling through the cracks of the Courtyard without a soul sent to collect them. And he considers all of those boxes in transit throughout the Mother’s Myrth. This inspires speculation as to the thousands of containers already resting in the holds of Bottany Bay and the tens of thousands sailing to every port in the Seven. Measured against such unfathomable wealth, fifteen thousand sisterpieces reverts from a windfall into an insult. And, as it has for so many others, the siren’s song of limitless fortune bends Stokley to her will.
“How dangerous is this process?”
“I shan’t lie to you. Not all survive. I’ve never had a Faruthian fail though!” Sclerian replies, pride glinting in his purple eyes.
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Mi experiencia cambiando a los casinos online

Siempre me ha encantado ir a jugar a los casinos, desde que cumplí la mayoría de edad he estado yendo a los casinos siempre, son muy entretenidos y me gusta mucho el ambiente que hay alrededor de las tragamonedas, no hay nada como unir un juego divertido que te permite ganar dinero con una temática que te agrade, en mi caso existían unas tagaperras que contaban con temática de vampiros y hombres lobo, esto me parecía realmente divertido y siempre iba a las mismas
¿Cuales son los problemas de jugar en un casino físico?
En primer lugar, la cola para entrar, es muy común que los casinos de buena calidad tengan cola para entrar al mismo y esperar horas en la calle para entrar al mismo no es nada agradable
Máquinas limitadas, este problema es muy parecido al anterior y es que es muy común las máquinas tragamonedas son muy populares y por lo general los casinos nunca tienen suficientes así que debes esperar a que libren alguna para jugar en la misma y esto puede tardar varias horas
Temáticas temporales, las temáticas de las máquinas suelen cambiar debido al uso que se le da a la misma, así que si la máquina tragamonedas que te gusta no tiene mucha demanda y es una de la sección olvidada quizás no esté ahí la próxima vez que vayas a jugar con ella
Los tumultos de personas, a pesar de que los casinos suelen tener espacios grandes si eres una de esas personas (como yo) a quienes no les gusta estar en sitios con demasiadas personas, no pasarás un buen rato en un casino
¿Cómo empecé a jugar en línea?
Hace un tiempo me enteré de que podía jugar en casinos virtuales y cuando descubrí ganajugando no lo pensé dos veces, sabía que podía por fin resolver los problemas que se presentan en los casinos comunes
No hay cola para entrar por que el casino nunca se llena y los servidores están preparados para recibir montones de personas a la vez
No hay personas a tu alrededor, no hay gente molesta que husmee en tus partidas, por lo que no corres el riesgo de que tu suerte sea ahuyentada, siempre puedes jugar solo
No hay límite de máquinas, puedes jugar la temática que quieras sin que esta sea removida en algún momento del sitio ya que esta no puede sufrir una falla mecánica y de hecho siempre serán mejoradas
Puedes jugar en cualquier sitio que desees, esto es lo mejor, no importa si quieres jugar en tu sala, tu cocina, tu baño o tu habitación. Siempre puedes jugar en cualquier lugar que se te antoje sin problema alguno
submitted by mariar061 to u/mariar061 [link] [comments]

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EarnBet es un casino descentralizado en el que al jugar ganaremos el Token BET y obtendremos dividendos en distintas criptomonedas. Ya he estado siguiendo a este casino online y en lineas generales tiene los siguientes beneficios:
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Fracchia la belva umana.txt

Ahh! VOCI NON UDIBILI Chi è? Ahh! Op! Op! Op! Op! Op! Signora bilancia sia umana! Luuh! Cristo! Luuh! Che fa? Si nasconde perché oggi è il ? - No mi ha sbattuto la porta sul naso. - Ecco il conto. - Sono . lire. Controlli. - No si figuri! Aspetti. Adesso non ho neanche i soldi per il cappuccino. - Arrivederci. - Davvero non vuole controllare? - Signora! Quando c'è la fiducia... Due diviso sei... Riporto quattro. - Allora controlla! - Chi? Centottantamila diviso... - Signor Fracchia buongiorno. - Buongiorno. - E' gentile! I trafficanti di oppio di Bangkok si arrendono! - Ti ho ammazzato! - Insomma. Ci vediamo domani. Gigetto vieni dentro! Aspetti. Il biglietto. Tie'! - Signorina Corvino! - E' lei! - Sa che giorno è oggi? - Secondo l'oroscopo è una giornata di merda! - E' venerdì. - Ha promesso di venire al cinema. - Vede? Gli oroscopi non sbagliano! Le avevo detto di dimagrire almeno dieci chili! - Sono dimagrito. - Dovevo dire "settanta"! - Come? - Lasciamo perdere. - Andiamo all'Ariston? - Io scelgo il film e poi mi porta a cena. - Sì. Il ristorante Io scelgo io! - Che c'è? - Lei di che segno è? - Io? - Sono Topo. - Lo sospettavo. Eccolo! - Ciao. - Ciao. E' stato lui? Mi tocca "andare sotto" di nuovo. E' lui. Altoparlante "II signor Fracchia dal dottorOrimbelli." Orimbelli? Preferisco andare sotto. Avanti. - Scusi. - Che cosa desidera? - Io niente. Mi ha chiamato il dottor Orimbelli il signordirettore. - Lei sa che cosa vuole? - Sì aspetti. - Vuole degradarla. Passerà alla confezione cioccolatini. - Bene! Certo! La sbattono a incartare cioccolatini e lei dice "bene"! - Io ho detto "benino". - Di questo passo finirà a pulire i cessi! Io ho la mia dignità! Adesso voglio impegnarmi per... Dica al suo capoufficio che manderò lui a pulire i cessi! Mi annunci voglio parlargli! Dottore c'è Fracchia. - Gli dirò... (interfono) Faccia passare! - Non può ricevermi vero? Ha detto di farla entrare. - Mi è sembrato di sentire che non può ricevermi. - Vada! Devo entrare non c'è speranza. Non sente. Busso di nuovo. - Che cosa fa? - Ho bussato. La smetta buffone! Entri! Ah! Oh! - Chi si lamenta? - E' permesso? - Avanti. - Avanti? - Che cosa vuole? - Sì. - Come "sì"? - Si accomodi prego. - Sulla poltrona? Sì. - E' meglio qui. - Sulla poltrona. E' comodo? Sì molto. Allora. Che cosa fa? Si alzi perfavore! - Sono a mio agio. - Si sieda sulla poltrona! - Se ci tiene. - Si sieda! - Va bene. Scusi. - Ricapitoliamo. - Aspetti. - Che cosa fa? - Gli do una strizzata. - Si sieda! - Sono poltrone insidiose. - Di che reparto è? - Da militare? - Come dipendente. - Siamo nelle mani del destino! - Com'è inserito nell'organigramma dell'azienda? - Come? - Sa cos'è un organigramma? - Nel... - Che dice? L'organigramma... - Ha tutte... - Le branchie? - No! Quelli che... - L'organigramma ha le pinne? - No! Ha una cosa così. - Ha la cresta? - Sono nel marasma più completo. - Non può aiutarmi? - Io? Non ricorda niente del mio passato? - Lei deve ricordare qualcosa! - Io ricordo solo un prato verde. - Un prato verde? - Improvvisamente lì... - Dove? - Asinistra. - Poi? - E' venuto un cigno. - Un cigno? Aveva un organigramma. - Ma che dice! - Sono confuso. Non ricordo. - Lei non sa chi è né che lavoro fa. - No. - Che cosa sa? - Gioco a ping-pong nelle ore di ufficio. - Quando lavora? - Mai! - Davvero? - Si informi Io sanno tutti. Non devo informarmi se Io dice lei. Sono un cialtrone non lavoro mai. Mi sono fatto la spia da solo! Basta! L'ho convocata qui perdegradarla. Glielo dico brutalmente. Lei laverà i gabinetti! Com'è buono lei! Abbiamo fatto tardi. Guida come una lumaca! - C'era traffico. - Sediamoci qui. - Sì. - Che fa? - Hanno ridotto il numero dei posti. Qui c'era una poltrona. Ahh! Ah! - Ah! - Oh! Ah! E'formidabile! Gagliardo! E' vero Fracchia? Sì è molto bello! - Questi film mi "fanno morire". - Anche a me. - La violenza mi eccita! - Anche a me. Non posso distogliere gli occhi dallo schermo. Come fanno a tirare fuori tutti quegli intestini? Diffidi. A questo punto si vede bene che è tutta roba di plastica. - Tiene gli occhi chiusi? - E'finito. Li tenevo a fessura per la messa a fuoco. - Sa che le dico? Lei non è un uomo. - No? E' una "merdaccia"! Si alzi. Com'è umana lei! Vuole che Io riveda? Per me è un godimento! Se vuole Io rivedo tutto. - Commissario non ci sono dubbi. E' la Belva. - Ero sicuro. Questa volta ho visto molto chiaro. Questi di chi sono? Le apro la portiera signorina. Prego. Non vada piano. Ho fame! Io non uso l'auto molto spesso. Chiuda! SCRICCHIOLIO DI OSSA Ahh! - Che c'è? Io ho fame! - La mano! - Ho fame. - Ahi! - Uh! Uh! - Ahi! - Uh! Uh! - Qui Auricchio. Mandate due auto a Largo Ponchielli. (radio) Attenda. - Dicono sempre di attendere! (radio) Ha chiesto due auto? - Sì. Belgio in due minuti e Bari in quattro. - Ha detto Bari ? Chi parla? (radio) Radiotaxi. Dica. PERNACCHIA Alla gente place andare al mare./i - Va bene qui? - Tu e la "culona" avete parcheggiato male! - Come si permette! - Non reagisca. - L'ha chiamata "culona". In questo locale trattano male tutti i clienti. Questo è il divertimento. - Buonasera signore. - Vaffanculo! - Ha sentito? Se Invece del vitello/i ti danno il mulo... ... tu mangia staizitto/i e vaffanculo!/i Chi è questo stronzo? - Grazie. Permette? (in dialetto romano) Non ti tocco! - Vorrei un tavolo per due. - Un tavolo a questo "merdone". - Ti servo io. Reggi la "pippa". - Salve. Che spiritosi! - Mettete il culo qui. - Grazie. - Che fa? - Non rompere il cazzo! - E' divertente! - Non li sopporto! - Calmati! - Gli spacco una bottiglia in testa! Andiamo! Caro Fracchia questo locale è fatto così. Si diverta! Faccia come me. - Signora! - Mascalzone! Ogni azione deve essere sincronizzata. Andiamo. La prima azione è una stronzata. - Sincronizziamo gli orologi. - Sono le . - . - . Facciamo a occhio è meglio. Andiamo. - Che divertimento! - Perchè ridi cornacchia? - Guardi. - Signorina siamo fatti uno per l'altra. Lalalà!/i - Scusi. Adesso è entrato un uomo... Benvenuti a questl frocioni/i belli grossi e capoccioni. Tu che sei un po' '/i'frì frì"/i che hal da dire?/i Continui a suonare. Non s/iono frocione né frì frì./i S/iono c/iommissario/i e ti faccio un culo così./i - Scusi. - Continua a cantare. Voi fate uscire i clienti con calma. Continua. Tu sei 'recchione.../i Per secondo hanno "salti in culo alla mignotta"... ..."piselloni alla mandrilla" e i fagioli. - "Fagioli alla scoreggiona"? - Sì. - E' la loro specialità. - Polizia. Dovrebbe uscire. - Sì. - Vuole i fagioli? - Sì. - I piselloni alla mandrilla? - Sì. Chiamo il cameriere e gli dico una cosa brutta. Cameriere! - Senta stronzone... - Dice a me? - Sì. - Fagioli alla scoreggiona per il "cesso". - Sì dottore. - Non mi diverto più. - Perchè? - Il locale non è più all'altezza. De Simone si vede che sei un poliziotto. Guarda come sei vestito! Non fare Io stronzo. - Avevo pochi amici. - Lo credo. - Ero triste quando ero piccolo. Controllatelo. Ricordate che la Belva Umana è più veloce di un cobra. Però noi Io freghiamo. - Vuole vedere una mia foto da piccolo? - Va bene. - Grazie. SPARI II locale è ancora all'altezza. - Ecco la Belva Umana! - Sono io. - E' per il risparmio energetico? - Sì! - Perché adesso non ordini i fagioli alla scoreggiona? - Non ho più fame. Cara Belva Umana perte saranno volatili perdiabetici. - E' un quiz? - Saranno cazzi amari! - Bene. - Ricominciamo tutto daccapo. - Sì. - Come ti chiami? - Il mio nome è Giandomenico. Il cognome è... - Fracchia! - Ho indovinato? - Bravo! - Questi chi sono? Frank Gruber? Abdul Kadullah? E questo chi cazzo è? - L'ultimo ha un nome familiare. - Mi prendi in giro? - No. - Non voglio maltrattarti. - Lo so. Ah! - Ti sto maltrattando? - E' per la giacca nuova. - Dimmi il tuo vero nome! - Scelga uno di quelli a suo gusto. Devo scegliere io! - Aspetta. - Sì. - Non muoverti! - No. - Commissario... - Togliti! Sei sempre in mezzo! - L'altra volta... - Fai dei segnali strani. - Che c'è? - Io... - Silenzio! Eccole. Quante volte devo ripeterlo? E' un povero deficiente! - Lo proteggi perché sei la sua amante. - Non mi farei mai toccare... ...da quell'invertebrato! - La Belva è un invertebrato? Magari fosse la Belva Umana! E' una merdaccia! - Riconosci queste? - Non vedo bene. Non saprei. - Mi dia un suggerimento. - Basta! - Sono Anne e Babette Brown le tue amanti! - Molto lieto. - Qui le riconosci? - E' la foto di una contorsionista? Le hai fatte a pezzi e messe in due valigie per sviare le indagini! Le dispiace chiudere le valigie? Mi fanno impressione. Allora questo chi è? Questo è... E' Fracchia a una festa di Carnevale. Toglietelo di mezzo! Gli fanno impressione! Questi non ti fanno impressione? Rapina di Dusseldorf otto morti. Banca Nazionale del Lavoro morti. E tutte queste rapine? Hai rubato anche due autobotti di acqua santa a Lourdes! Due autobotti? Metto in ordine. Lei è disordinato. - Madonna! - Credevo che giocasse. Credetemi commettete un errore. E' il più cretino dei miei colleghi. Telefonate in fabbrica. Verranno in a riconoscerlo. Tu sei la Belva Umana. Ma se io mi incazzo divento brutto! - E' sulla buona strada. - Ti spezzo la carotide maledetto! - La cravatta no! - Toglietemelo dalle mani! - Commissario! - Permette un attimo? - Continua. - Toglietemelo dalle mani! La Corvino è sincera. - Forse lui non c'entra. Io farei un confronto. - Non dire cazzate! Lui è la Belva Umana! Lui non è la Belva Umana è Giandomenico Fracchia. De Simone la mia idea del confronto era giusta. Chiunque avrebbe sbagliato. La sua somiglianza con la Belva è incredibile! - Siete uguali come due gocce d'acqua. - Sì uguali! - Fracchia voglio andare a dormire! - Arrivederci. - Buonanotte. Fracchia! Per ragioni legali ho dovuto perquisire la sua auto. - Ha fatto bene. - Commissario. Perché fa quella faccia? Le avevano detto che hanno dato un'occhiata! - L'hanno guardata bene! - Guai a toccare l'auto di voi italiani! Manca anche il bollo. Signorina ha visto che bella luna questa sera? - Sembra finta. - Che bella frase! Fracchia lei è un poeta! Andiamo in quel posticino con le candele. Ha combinato abbastanza guai. Mi porti a casa. - Questa sera non può succedere più niente. - Con lei non si sa mai. E' tutto chiarito con la polizia. SIRENE - Fermo! - Siamo della Digos. - Sei fottuto Belva! Rispondi a tono. Noi conosciamo molti modi perfarti parlare. - Sì dirò tutto. - Bene. Come ti chiami? - Io... Non vuoi parlare? Che mi dici delle gemelle Anne e Babette Brown? Sei ostinato! Parlami della strage dell'aeroporto di Dusseldorf. Perché non parli? Posso continuare così fino a domani mattina. Lei sì ma io non credo. Ricominciamo. Come ti chiami? Come ti chiami? Rispondi! Telefonate al commissario Auricchio alla Questura ai colleghi... ...ma telefonate subito così andiamo a dormire! Prego. Signor Fracchia poteva dire subito la verità. Lui... scusi ma... - Buonanotte. La sua auto è giù. - Grazie. - Le abbiamo dato un'occhiata. - Un'altra? Stia attento Fracchia! Che cosa fa? Vada dritto Fracchia. Attenzione! Un po' più a destra. Un po' più a destra! Adesso giri. Freni! Oddio! Quella è la mia auto! Era la mia auto! Abbiamo concluso trionfalmente questa bella serata! Grazie! - Aspetti! - Lasci perdere. Non si avvicini! - Guardi come ha ridotto l'auto! - Aveva detto che non ci teneva. Stia zitto! E' l'ultima volta che esco con lei! - Signorina! - Che c'è? - Alla fine della serata... ...speravo che mi avrebbe invitato a bere qualcosa. - No. Vorrei vedere i suoi album di fotografie. - Chissà come era carina da piccola! - No. - Sì. - Io le piaccio vero? - No! No! No! Che cosa desiderate? A cosa devo il piacere? Le riconosci queste? Sono le gemelle Anne e Babette Brown famose spogliarelliste. Le ho fatte a pezzi e le ho messe nelle valigie persviare le indagini. - Questo sono io durante la rapina a Dusseldorf. - Sta confessando! Ho ucciso due vecchie e un bambino di anni. Questa è la rapina alla banca di Empoli. Questa è una troia maltese di origine napoletana. - Questa è mia moglie! - Come? Sua moglie? E' una santa donna. Sono sicuro che è una buona moglie. Non è quella... Si vede subito. - Ha confessato tutto! - C'è un errore di persona. - Rilasciatelo e mandatelo fuori. - Fuori no! Ci sono ancora la Guardia di Finanza i vigili i pompieri i rigattieri. - Ha ragione. - Con le nostre pattuglie in giro sarà arrestato. - Che cosa facciamo? - Mettiamolo in prigione. - Come? - Fino alla cattura della Belva. - Ma guarda come è ridotto! Non può stare in prigione tanto tempo. Dobbiamo trovare un'idea valida. De Simone non infastidirmi! Trovate una buona idea. - De Simone che c'è? - Possiamo dargli un lasciapassare. Ha detto la stronzata del giorno! - Idea! Diamogli un lasciapassare. - Bravo! - Mi è venuta così. "Si dichiara che il possessore del presente lasciapassare..." "...non ha niente a che vedere con il pericoloso bandito..." "...ricercato in tutto il mondo e soprannominato Belva Umana." Comandante CC DIGOS Polizia timbro e firma. Caro Fracchia mi guardi bene negli occhi. Non deve mai separarsi da questo foglio... ...altrimenti per lei sono guai. - Signor Fracchia ha dimenticato questo. - Che cos'è? - Il lasciapassare. - Grazie. Buonasera. Mi saluti sua moglie. Niente. Scusi. - Dov'è la mia auto? - Dietro di lei. - Grazie. - Prego. Molto gentile. Buonasera. Abbiate pietà! C'è nessuno? I Carabinieri la Polizia la Digos il lasciapassare la galera! Che razza di serata! Proprio a me doveva capitare questo stronzo di Belva Umana! Percolpa sua ci vado di mezzo io. - Se mi capita tra le mani gli faccio... - Un culo così? - No gli strappo le orecchie! - Non esagerare. - Sono già a casa? Buongiorno. - Molto lieto. - Siediti verme! Devo sedermi qui? Ecco. Sono tranquillo. - Ho detto "siediti"! - Lei mi ha fatto cenno di... - Siediti là! - Qui? Questo tavolino è molto... ...pregiato. - Dammi il lasciapassare. - Come? Ecco... Ecco il suo lasciapassare. Veramente non dovrei darglielo altrimenti finisco nei guai. C'è tutto. I timbri e la firma di Polizia Carabinieri... - Alzati. - Va bene. Girati. Molto interessante! C'è una novità. Da oggi io abito qui. Bene. Sono contento. Divideremo questo a seconda delle esigenze. - Certo. Secondo le sue e le... Le mie. Le sue. D'accordo. - Oggi serve a me. Dammi la tua "filippa"! - Come? - Il vestito imbecille! - Sì. Le vanno bene le scarpe i pantaloni la giacca? - Cos'è questo odore? - Scusi signor dottore. Signor dottor Belva ho la sensazione di essermi cagato addosso. - E' cacao. - E' il cioccolato della catena di montaggio della fabbrica. - L'ha buttata dalla finestra? - Prendine un'altra senza cacao. - Le porto la giacca della domenica. - Porta quello che vuoi! Signor Belva per la giacca che ha buttato... Non c'è speranza. Ricorda che sono allergico al cacao. Sono io. Hai trovato gli "apostoli" per la "rapa"? Sai che voglio il meglio. Okay. Mandali dove ti ho detto. Ho trovato la giacca! E' senza cacao. - Tu merdaccia! Anche lei! Mi chiami "stronzo" per cambiare. Finché sono fuori tu non esisti per nessuno. Se parli zac! E' chiaro? Chiuditi in casa. - Non rispondere a "l'orecchione". - L'ingegner Martini? - Lo sa anche lei? - Parlo del telefono scemo! Accompagnami alla porta. - Stia tranquillo. - Ricorda non ci sei per nessuno. Altrimenti... Buongiorno signor Fracchia. In terrazzo. - Che fa signor Fracchia? - Togliti di mezzo! - Vecchia mascalzona! Ha rotto il fucile! SUONO DELLO SCACCIAPENSIERI (in dialetto siciliano) Chi è? - Figlio mio! - Mammina! - Ti voglio baciare le mani! - Mamma smettila! Non baciarmi sulla bocca! - Voglio baciarti! Figlio benedetto! Sei venuto per il compleanno della tua mamma! Stavo preparando le melanzane e pensavo a te! Guarda quante feste ti fa il cane. Ti riconosce sempre. Anche se passassero mille anni lui si ricorderebbe di te. Adesso vai via perchè c'è mio figlio. E' venuto per me! - Ti voglio baciare tutto! - No! - Fatti baciare! - La bocca no! - Voglio baciare la cravatta la giacca. - La mano! - Mamma lascia stare. - Hai il collo sporco. - Lo lavo? - No. - Ti lavo le orecchie? - No. - Lavo la camicia? Stiro i calzoni? - No. - Lucido le scarpe? - Basta! RONZIO Bello figlio mio! Ti pulisco le scarpe. Ti dico quello che preparerò domani per la festa della tua mamma! Ti faccio i "carduzzi" affogati gli "scarrabozzi" con menta... ...i "fuculuzzi" con le sarde e perfinire il dolce al cioccolato. - No! - Ti faccio i "pastrocchi" al cioccolato! - No ti prego! Ti è venuta la tosse? Vuoi che prepari un altro tipo di dolce con la cioccolata? - No. - Che c'è? - Mi hai cresciuto a quintali di cioccolata. Aria! Solo a sentire "pastrocchio di cioccolata" mi manca il respiro... ...mi viene la febbre e il viso si riempie di squame. Ti curerò la pelle squamata. Ci metterò l'unguento e ti darò tanti baci. - Vi manda Valerio? - Sì. - Ci manda Valerio? Certo. (insieme) Sput! (insieme) Sput! (insieme) Sput! - Io mi chiamo Tino. Lui è Pera. - Perché "Pera"? Ma quando lavora... - Lui è Neuro. - Perché "Neuro"? Ho capito. - Siete i migliori? - Sì. - Facciamo un giro in auto e vi spiego tutto. La rapa è giovedì alla Banca Nazionale. Obiezioni? Dice che è difficile. Stronzo! Niente è difficile per me. In America mandano sulla sedia elettrica i deficienti come te. La Belva! Tenevi pronti questa volta Io prendiamo. Fermo polizia! Fermo! - Prendo il lasciapassare. - Piano. - Sono Fracchia commissario. Con calma. Il lasciapassare commissario. - Tenga. - Io credevo che... Giù le armi! E' Fracchia. Mannaggia la miseria! Questa del lasciapassare è stata proprio una buona idea. Così non ci sbagliamo più. Lei che cosa fa qui? - Facevo una passeggiata. - Oggi non lavora? Faccio il turno di mezzogiorno. - Di mezzogiorno? - Sì. Devo andare. Non voglio prendere una multa. Sono molto severi in ditta. Arrivederci. Fracchia! Venga Fracchia. L'accompagniamo noi. C'è molto traffico. - Prego. - E' la Centrale. - Sono Auricchio. - Prendi l'asciugamano. - La chiave. (radio) Commissario viene qui? - No accompagniamo... Sbrigati! (radio) C'è stato uno "strappo". La spina la corrente. Attacco la spina. Buongiorno signor Belva Umana. Si segga sulla sua poltrona preferita... ...pervedere i massacratori della polizia in Tv. Si accomodi. Si accomodi signor Belva Umana. - De Simone! Io da dove esco? - Scusi. Arrivo. - Vuole uscire di qua? - No esco dal tubo di scappamento! Disgraziati! Inetti! Imbecilli! Caro Fracchia è arrivato. Poi dicono che la polizia italiana non funziona. Noi proteggiamo gli onesti cittadini e i lavoratori come lei. - Arrivederci. - Chiamano dalla Centrale. E' urgente! - Vengo. Ecco Fracchia! Vi dirò quando dovete buttare il cacao. Fracchia! Fracchia è sordo? Oggi è più rimbambito del solito. Venga ho bisogno di lei. Fermi! E' con Orimbelli. Qui è il commissario Auricchio. VOCE DISTORTA DALLA RADIO Allora? Cosa facciamo? (radio) Balliamo.../i ... da tanto tempo non lo facclamo./i Non fare Io stronzo. Di che commissariato sei? (radio) Parliam/io. C'è la musica.../i Sei uno stronzone. E sei anche "recchione"! MUSICA DALLA RADIO Non guardarmi con quella faccia! Questo mi invita a ballare! Parlagli tu. (radio) Pronto. Commissariato di polizia. (radio) Qui Centrale. Chi chiama? - Ha funzionato! Perché a te funziona sempre tutto e a me no? Stai calmo. Sono Auricchio. Sei grande.../i ... quand/io dlci che tu ami.../i - Signorina mi porti la posta. - Sì. - Fracchia lei aspetti qui. Cacao! FRACCHIATOSSISCE Dove va la Belva Umana? Sempre più fifone caro Fracchia. Adesso non ha neanche il coraggio di affrontarlo. Altro che Belva Umana lei è una merdaccia! Che paura! Mi ha fatto tremare la sottana. Vada dal direttore e non Io faccia arrabbiare! Si accomodi Fracchia. Tutti sappiamo che lei è un mediocre. Lei è la quintessenza della mediocrità. Se sbaglio mi corregga. Lei tace quindi acconsente. Lei è un mediocre. Dobbiamo pubblicizzare un prodotto al cioccolato... ...chiamato il "Sempliciotto" che soddisfi il consumatore medio. Poiché lei è un mediocre... ...li assaggerà tutti e ci dirà quale le piace di più. - No. - Io odio la cioccolata. - Lei non è a un party! Non può rifiutare. Assaggi! - Non insista. - Le ordino di assaggiare! Apra la bocca! Direttore! Santo Dio! Che è successo? Chi è stato? Fracchia è impazzito? Eccolo! Pronti. Ora! No! Porca miseria! Si è spezzato il filo. Vado a togliere la corrente. Un attimo. Eccomi qua. Adesso unisco i fili. Non c'è nessun pericolo ho tolto la corrente. - Arrivederla signor Belva. - Torna dentro! - Hai la faccia da deficiente. - Abbiamo la stessa faccia. - No solo io ho la faccia da deficiente. - Stronzo! - Oggi tu usi quello. - Sì. - Devi sostituirmi. - Lo ha già detto. Mia madre non deve vedermi il giorno del suo compleanno con questa faccia. - Ha i brufoli. - Non illuderti fra due ore sarò guarito. - Speriamo. - Se sgarri zac! - Vedo che cominci a capire. - Sì. - Vai da lei. - Sì. - Fai quello che ti chiede. - Sì. - Accontentala in tutto. - Certo. - Comprale dei fiori. - Sì. - Zagare di Sicilia. - Va bene. - Ricorda! - Zagare di Sicilia. - Zagare di Sicilia. - Vai! - Sì. Arrivederla. Ciao. IL BAMBINO PIANGE - Perché piangi? - Cattivo! - Chiamo tuo padre. Il bambi... Così impari a fare il prepotente con i bambini. - Prendi! - Ahia! - Così impari a maltrattare le signore. Chi maltratta le signore? Buongiorno signora. Tanti auguri a me! Tanti auguri a mamma. Tanti auguri a me! - E' permesso? C'è qualcuno? - Figlio! - Chi è? Voglio darti un altro bacio! Un altro bacio! Non scappare! SCHIOCCO Figlio mio voglio darti un altro bacio! - No! - Vieni qui. - Le zagare! - Hai portato le zagare! - Chi è questa vecchia? - Che belle! IL CANE ABBAIA Come sono belle nel vaso! - Ahia! - Non fare male al cane... ...perchè è ancora un cucciolo. Sciò! A cuccia! Fammi coccolare mio figlio. Bello figlio mio! Che fai? - Dov'è andata la pantera? - Quale pantera? - E' uscita! - Non piangere! Oggi sei buono. Ti sei fatto fare tutto! Hai mangiato tutto e adesso vuoi anche il pastrocchio di cioccolata. - Per la gioia della mamma tutto Io "tracanna". - Senza panna? - Certo. Bravo! Mangia ancora. Dormi figlio sant/io/i che la mamma sta qui accanto. Ha manglato il/i ''figliuzzo"/i e adesso fa il "ruttuzzo"./i BOATO Hai fatto indigestione? Penso io a liberarti il pancino. - Figlio! - Pietà! - Che temperatura è? - E' caldo caldo. - Caldo caldo? - Sei bravo! Ti fai fare tutto. - Tutto? - Guarda per non farti male ho messo l'olio. Grazie! - Sei pronto? - Sì. - Ahi! - E' entrato? - Tutto. - L'ho messo alto così la pressione è forte. - E' forte! - Apro? - Apri. Non resisto! No chiudi la bocca! Dalle orecchie no! Mamma ti fa passare tutto! - E' calda? - E' tiepida. Ti fa bene. Ahi! Ahi! CAMPANELLO Torno subito. Mi fa davvero bene! Mi fa molto bene. - Una persona ti cerca. - Chi è? - Non Io so. - Mentre parli con lui ti preparo un panno ancora più caldo. - Bene. - Mi raccomando molto più caldo. - Sì figlio! Buongiorno signorina. Come va? Questo è un orologio. Molti mi chiedono perché ho l'orologio. Perché Io ho? Che cazzo ne so? L'ho vinto a un concorso. E' un orologio al quarzo o al QUINZO? Non Io so. - Ehm... - Stai calmo. Parlo io. - Buongiorno capo. - Buongiorno. - Come va? - Bene. Lei? Sput! Com'è umano lei! C'è stato un contrattempo Belva ma non si arrabbi. No si figuri! E' perquella rapa alla banca. - Era per domani! - Domani? - Sì ma la banca sarà chiusa persciopero. Rinunciamo ai "testoni" oppure la rapa si fa oggi. Fermo lì. Lei ha parlato di testoni. Vuole aprire un negozio di parrucchiere? Ridi ridi. Parrucchiere testone. Eh! Eh! Mi perdoni la "indiscrezione". - Scusi un attimo. - Ridi ridi. Eh! Eh! Mah! Ecco. Eh! Eh! Niente. Allora rinunciamo o andiamo? - Rinunciamo! - Rinuncia? - Sì. - Come? - Rinuncio! - Rinuncia. - Facciamo la rapa! Questa volta l'ho fatto caldo caldo. Ti ho preparato il bagno! - Devo darmi la carica. - Come? - Mi do la carica. Guarda quanta! Guarda! - Vuoi fare un tiro? - No. Che cos'è? Io mi faccio un tiro! Rapa arrivo! - Vuoi? - No! Lalalà!/i - Questa "bagnarola" è molto veloce. - A quanto va? - Atanto! - Adesso ti faccio vedere. - Va a più di mille? - Reggiti forte! - Fai vedere che cosa sai fare capo. - Colpisci! - Dove? - Guarda! - Dove? - Uno due e tre! SPARO - Asinistra. - Un momento! SPARO - Sono stato bravo? - Tieni capo. - Come si tiene? - Il nostro capo è un burlone. - Gioca! - Guardalo! - Lui gioca! Lo appoggio qua. Hai visto che rinculo? Accidenti! E' "forte"! Mi metto giù è più sicuro. Mi metto giù. - Vediamo che fa adesso. - E' più sicuro. VOCI NON UDIBILI - Tieni la "sputafuoco". Mettila in cinta. - Dove? - Mettila lì! Suoniamo il clacson tre volte e tu butti questa percreare il panico. Poi contiamo fino a venti e andiamo via. Okay? - Allora io... - Andiamo. - Faccio il clacson fino a trenta... ...vi do questa metto la pistola in cinta e poi... Speriamo! Allora a dopo. Io vado e poi... - Capo hai l'arma? - Sì. SPARO Ahi! Uffa questa fila! - Questa è una rapi... - Vuole fare il furbo? - No. - Si metta in fila. - Solo noi dobbiamo fare la fila? - Non avete capito. Questa è una ra... Scusi. Mi fa passare? Permesso. Dov'è? Dovrebbe essere qui. Eccola! La metto in cinta... ...e si comincia. - .. - Come? - E' la sua cambiale. Paga .. Non è mia è di questo signore. - Gli dica che la cambiale è sua! Allora? Io non... Ce l'ho in cinta! - Ognuno ha i suoi guai. - Che succede? - Non vuole pagare. - Sono venuto... - Per pagare una cambiale. - Ho solo . lire. - Le diamo il resto. Va bene mi dia il resto. Però io ero venuto per... Non mi faccia perdere tempo. Usciere Io accompagni fuori. Ma... Lei mi aveva... - Mi ha fregato il resto. - Vada via! Adesso basta! Non avete capito... ...che questa è una ra... SPARO - Ahia! - Sta male? - No. - Questa è una... - Una banca. - No. Questa è una ra... - Una radio. - Una raucedine. - Una racchetta. - Una ratifica. - Una radiografia. - Un cavallo. - Che dice! - Una radice. - Una raccolta. - Una rasatura. - Una rapa. - Una rapona. - Una rapetta. - Una rapuccia. - Una rapina! E' una rapina! Poteva dirlo subito. Signori è una rapina. Alzate le braccia. - Lei no. - E' vero. - Preparate il denaro. - Scusate. - Ha la valigia da rapina? - No. - Portate una valigia! Che pezzatura vuole? - Faccia lei. - Anche in valuta straniera? - Sì. - Va bene. - Così le basta? - E' anche troppo! Chiudere! TRE COLPI DI CLACSON Scusi devo seminare il panico. - E' entrata nella manica. - Scappiamo! - Oddio! (insieme) Diciotto diciannove... BOATO C'è qualcuno? Sono andati via tutti. Buongiorno. Prendo un taxi poi ci sentiamo. Arrivederci. De Simone prendi sempre l'iniziativa! Non suona. Forse è rotto. Se non suona vuol dire che è rotto. Allora se è rotto bussa. Bussa! CAMPANELLO Perché a te funziona sempre tutto? Ho la pressione alta. Calma! Dovevo dirgli una cosa urgente! Quando ho un piano geniale in mente non c'è mai l'interessato. Fracchia non è in casa. Andiamo via. - Salve. - Scusi commissario. Ero davanti alla televisione. - Scusi il disturbo ma devo dirle una cosa importante. - Prego. Dopo di me. - E' sicuro che siamo soli? - Sì. Shh! RUMORE METALLICO Ahia! - Fa molto male? - No sto sbadigliando. - Fuma? - Non ho mai fumato in vita mia. - Lei ha tutti i pregi. Voglio metterla al corrente di informazioni segretissime. (radio) Noi della polizia abbiamo fra le mani una vera bomba. Abbiamo scoperto la mamma della Belva Umana. Il delinquente assassino è morbosamente attaccato alla mamma. - Rischia la galera per andare a trovarla. - Siete sicuri? - Sì. E' un'ex prostituta palermitana. Anche lei è molto legata al figlio di puttana. La polizia italiana cioè io ho pensato a un piano per catturarlo. - La Belva? - Certo. Dove posso buttare? II tavolo? Sfrutteremo la sua somiglianza con la Belva Umana. Lei va a casa della signora fingendosi il figlio... ...e la convince a ricoverarsi perfare delle analisi. Di sicuro è sifilitica. Ha avuto dei rapporti anche con gli asini arabi! - Quelli hanno delle... - Basta! Perché rifiuta? Lei non rischia nulla. (radio) Facciamo pubblicare la notizia che è stata ricoverata... ...alla clinica "Salus Mea". La Belva non resiste e va a trovarla. Così catturiamo il figlio di puttana. Basta! Io non capisco. Perché rifiuta? Ne trarrà molti vantaggi. Quando avremo tolto di mezzo la Belva... ...lei rimarrà l'unico possessore di quella faccia. Non avrà più problemi con la polizia. La sua vita tornerà serena. Che intende con "togliere di mezzo"? Volete ucciderlo? Io temo rappresaglie se lui resta vivo. Non resta vivo. Se si arrende prende l'ergastolo. Se spara noi Io ammazziamo. Stia tranquillo non si arrende. - Certo non si è mai arreso. - Lo sa anche lei! Dove... Già. Dicono di volere collaborare e poi si fanno gli affari loro! - Però noi abbiamo messo la microspia nell'accendino. - Perfortuna! - Sì. - Va bene. - Finalmente! Così mi piace. Domani viene al commissariato... ...e io l'accompagno dalla vecchia baldracca... ...che si è fatta anche un bue. D'accordo. Zitto! C'è qualcuno in casa. E' il gatto. Aaa! Brrr! - E' un gatto enorme! - Sì è un bestione in amore. - Ho capito è un soriano. I soriani vanno sempre in amore. Aaa! Aspetti vado a "mettere a posto" questo soriano. - Pussa via! - Ma... - Vai via brutto gattaccio! Sei un soriano deficiente. - Shh! Vai sui tetti! - Vai via e stai fermo con la coda! - Io non la controllo. - Stai giù a due zampe! - A quattro. - Io ti castro! - La prego no! Hai capito? Devi andare sui tetti! Vado a controllare di là. Tu resta qui e stai sveglio. Stai naturale. - Fracchia dove va? - Vado sui tetti. - Ci ha già mandato il gatto soriano. - Non mi fido a mandarlo da solo. Ascolti Fracchia. Mi mostri il lasciapassare. - Eccolo. - Comincio a non capire più niente. - Voglio capire... - Aspetti le do il portacenere. Ma... L'ha spenta sul tavolo. E' un tavolo pregiato. Abbia pietà! - Forse... - Le precauzioni non sono mai troppe. - Lo so! Sarà il nervosismo ma prima lei ha stritolato un uovo di marmo. Come? E' vero io compro le uova di marmo per stritolarle. - Ho stritolato quello rosa? - Sì. - Era un regalo di mia zia! Perciò ho pensato che la Belva poteva nascondersi qui. - Invece chissà dove si nasconde. - So io dov'è! Adesso... RUMORE METALLICO E' smemorato. Prima io l'ho preso a calci e ora lei Io prende a testate? Hanno fatto una rapina in banca. E' stato la Belva. - Lo sapevo. - E' stato lui. - Sarà l'ultimo "colpo" della sua vita. (in francese) I giochi sono finiti. - E' francese? - Sì. L'ho imparato a Barletta. Andiamo. - Non perda questo. - Sì. - Arrivederci. De Simone cammina. Fai schifo anche di dietro. Che casino! Che c'è! Mi hanno respinto agli esami? Buongiorno signor Belva Umana. - C'è una novità. - Ascolti. La dica molto adagio. Sono un po' debole. - Hai finito di avere paura. Vado via per sempre. - Mi prende in giro? Dica la verità. Voglio chiederti un ultimo favore. - E' l'ultimo? - Sì. - Glielo faccio con tutto il cuore. - Vai a trovare mia madre. - La mamma no! Mi chieda qualunque cosa un'altra rapa una "umiliazione" stradale... ...ma la sua mamma no! - La mamma sì. - La mamma sì. E' stata ricoverata alla clinica Salus Mea. E' in sala di rianimazione. Ha avuto un incidente. - E' gravissima. - Bene! - Come bene? Volevo dire che così la mamma è innocua. Tu devi solo farle una visita. - Una visita! - Andrai oggi verso le . - D'accordo? - D'accordo alle . Io sarò già Iontano a quell'ora. - Va via? - Aspetta. - Hai il salvacondotto? - Sì. - Dove Io tieni? - Eccolo. Lo tengo in tasca. - Mi raccomando. - Non dubiti dottor Belva Umana. Io non ho mai dubitato. RUMORE DI PORTA E' andato via! Sono libero! Questa sera dovrei andare da sua madre? Tie'! Dalla mamma alle tie'! Tie'! Tie'... - Faccio un po' di respirazione. - Ricorda i fiori. - Le zagare. - Alle . - Sì. Porto le zagare. Come sei buono! Mi hai portato in clinica! Così mentre mamma fa le analisi... ...si può coccolare il figlio! - No mamma. Ferma! - Mi avevi promesso... Ciao. Vengo anche io. - No. Ciao. Che rottura! - Figlio mio fatti baciare! - Mammina... - Fatti baciare! - Mamma! - Figlio bello... - Prendi questo. - Non mi lasciare! - Mammina... Scusa ti manderò un chirurgo plastico. Fracchia. Venga. Venga qua. Le mostro una cosa che non fa neanche I'FBI in America. Ascolti il fischio del coyote. FISCHIA Ecco. Eh? Adesso le faccio ascoltare un fischio inglese. Noi poliziotti italiani abbiamo delle idee che... Scusi. Adesso ascolti il grido del leopardo innamorato... ...brevettato da me. FISCHIA Ecco! La trappola è stata preparata alla perfezione. La puttana siciliana "ci è cascata". - La signora sta bene ed è tranquilla. - Certo. - E' abituata a tutte le misure. - Basta! - Che cos'ha? - Ho paura. Se permette vado via. - Grazie. Lei è un cittadino che ha aiutato la giustizia. - E' vero. Arrivederci. - E' sempre deciso a non avvertire i Carabinieri? - Vai via stronzo! Comandi. Che ore sono? E' tardi. Non mi cacciare! Non mi picchiare! Non mi uccidere! - Ahia! - Ascoltami. - La mano! Tu sei la Belva Umana. L'ho capito dal primo momento. Tu hai ammazzato quella merdaccia e hai preso il suo posto. - Perché non vieni? - Mi ha schiacciato le dita. Belva io non ti tradirò mai! Non svelerò la tua identità. Voglio diventare la tua schiava! - Rischierò la mia vita con te. - E' sicura? - Perte. - Come? - Perché ti amo. Dice la verità? - Quella merdaccia che ti somiglia mi faceva schifo. - A me no. Invece io amo te... ...fin da quando mi hai fatto questo. L'idea delle ambulanze è stata ottima. Non ci hanno visto arrivare. - Ora che facciamo? - Aspettiamo. - Sì. Ciao. PARLAVELOCEMENTE - Non ho capito. Sei emozionata? - Dammi almeno un bacio Belva. - Sì. No no! Possiamo rinviare? Sono... SCHIOCCO Ahia! - Qui Auricchio. Il tempo "stringe". (radio) Ore e . (radio) Ore e . Lo stronzo è in ritardo. - Da qui non vediamo l'entrata. - Sì siamo in posizione sfavorevole. Però se siamo svelti e "abbiamo culo" Io prendiamo noi. (radio) Commissario eccolo. - Preparatevi. Aspettate il mio segnale. Attenti può avere una pistola. Fermo! Arrenditi! Sei circondato. Non muoverti! Fuoco! E' lui! Fuoco! Ci mancavano i Carabinieri! Entra nella clinica! Inseguiamolo. Colonnello entra nella clinica! Inseguiamolo. VOCI NON UDIBILI VOCI NON UDIBILI Colonnello basta con questo odio atavico fra CC e PS. - Però non si metta al comando dei miei uomini. - Lo ha fatto anche lei. - Andiamo! - Via! Non ho mai corso tanto De Simone! Tutta colpa di quella merda di colonnello. - Lui e quello stro... - Commissario. - Stro... - Va bene con il colonnello? - Sì. - Bravo. De Simone! - Con calma. - Rincorrevo la Belva. - Vai con i Carabinieri. Ti piace! Colonnello! Se la Belva scappa è colpa vostra. Se scappa è perché lei ha voluto fare da solo. SPARI Colonnello Io abbiamo ucciso noi in terrazzo. Lo abbiamo ammazzato noi in terrazzo. Complimenti. Poi facciamo i conti noi due. SPARI - Lo abbiamo ammazzato noi al primo piano! - Siete sicuri? - Lo abbiamo ucciso al primo piano! - Lo abbiamo ucciso noi in terrazzo. Noi Io abbiamo ammazzato al primo piano voi in terrazzo. Lì? Sono contento... ...perché qui sono molto molto comodo. Ahi! II lasciapassare. - Lo ho qui. Te Io do subito. C'è un equivoco! Anche lui ha il lasciapassare? Che fa? CAMPANELLO Ecco. MUSICACELESTIALE Ha mandato su lui? Io ho il lasciapassare. Guardi. Ma... La partita Inter-Juve? E' la Gazzetta dello Sport! La Gazzetta dello Sport non vale? SIRENA Ahia! Com'è giusto lei! Com'è giusto lei! Com'è giusto lei!
submitted by PieroFassino to copiapasta [link] [comments]

Anuncio y discusión de las nuevas normas.

Hola de nuevo, vuestro amadísimo y glorioso moderador aquí, que acaba de bloquear 72 comentarios de uno en uno para archivar el hilo antiguo porque no se acordaba de cómo hacerlo en masa;
Hoy, el 19/2/2020 ha terminado el proceso de elección de una nuevas y completas normas, redactadas por vosotros mismos, y votadas por vosotros también, queridos conciudadanos del subreddit
A saber, las normas serán, en orden descendiente de más a menos populares entre las 6 más votadas:

"Contenido relevante, hay que mantener una calidad alta, si no que lo pongo en Spain o es"

Un compendio de normas largo. Éste usuario tiene derecho a una norma, así que se discutirá cómo resumirla o compilarla. Podéis acceder a la misma a través de este enlace del archivo original de propuestas. Recuerdo que no es modificable allí.

"Podríamos poner alguna norma para que si un usuario crea un post que no tiene muchos positivo (menos de 3 por ejemplo), dicho usuario evite crear más post sobre el mismo tema.
Porque recuerdo una semana (en el origen del reddit) que un usuario público como 5 o 6 post (entre videos, post, noticias) sobre el MISMO TEMA, una y otra vez."

Otro compendio que debe ser discutido, por ser a su vez diez normas, cuando sólo se asegura el derecho a una. Enlance al mismo aquí.

"Poder hablar con libertad
Si te ofenden te jodes
Furcias y casinos para todos cada sabado. Pagan los moderators.
Y como opcional: 4. Drogas y armas legales 5. Libre comercio y libertad de asociacion 6. Los impuestos son robo y cuanto mas corrupto es un gobierno mas leyes promulga"
Es evidente que hay cierto conflicto de esta norma y otras superiores. Siendo cierto que esta tiene prioridad inferior puesto que está más baja en el ranking, será respetada, puesto que en cualquier caso las que puedan tener conflicto con ella deben ser resumidas/repensadas.
NOTA: Que conste que no voy a desembolsar ni un duro a ver si pensamos ahora que soy Amancio Ortega o algo.

Otro textaco, el autor debe estudiar derecho o algo. Compendio sobre qué es un "delito de odio" y qué no. Enlace aquí.
NOTA : en caso de empate entre normas, se ha elegido la considerada por reddit como mejor. Dicho criterio desconozco cómo funciona pero lo cierto es que hay un orden al mostrar por "top", que es el seguido estrictamente. Se han ignorado las propuestas que son más bien sugerencias para mejorar la web y serán o han sido implementadas.
Muchas gracias por vuestro tiempo y trabajo. En principio las nuevas normas deberán estar ya redactadas y activas el viernes. Recordad que si ha salido una norma que no os gusta votada no es culpa mía, pero todo se puede hablar por privado.

--ACTUALIZACIÓN 21-2-2020--
Normas entran en vigor ya. Habrá un pequeño período de pruebas de una semana o así para ver si son funcionales y/o queda "algún vacío legal", y de probarse adecuadas serán fijas a menos que suceda algo extraordinario. Gracias por vuestra paciencia.
submitted by OOM-32 to Asi_va_Espana [link] [comments]

[Mega Thread] Origen de palabras y frases argentinas

Estimados rediturros, en base al post del usuario que hoy descubrió la etimología de Michi (gato), vengo a hacerles entrega del thread que se merecen aquellas personas curiosas.
Seguramente faltan varias palabras pero dejo las que fui recolectando. ----
A CADA CHANCHO LE TOCA SU SAN MARTÍN.
Alude al 11 de noviembre, día de San Martín de Tours, patrono de Buenos Aires, que se celebra comiendo lechón. Significa que a todos les llega en algún momento la compensación por sus buenos o malos actos.
A SEGURO SE LO LLEVARON PRESO.
Viene de Jaén, España, donde los delincuentes eran recluídos en el Castillo de Segura de la Sierra. Originalmente se decía `a (la prisión de) Segura se lo llevaron preso`, que advertía de no robar, para no terminar en Segura. Hoy significa que nadie está libre de alguna contingencia.
AL TUN TÚN.
Con la expresión `al tun tún`, los paremiólogos no se ponen de acuerdo: para unos deviene de `ad vultum tuum`, que en latín vulgar significa `al bulto`, y para otros, es una voz creada para sugerir una acción ejecutada de golpe. De cualquier forma, hoy `al tun tun` indica algo hecho sin análisis ni discriminación.
ANANÁ.
Es una fruta nativa de América del Sur, deliciosa, decorativa y habitualmente asociada con los climas tropicales. El vocablo ananá proviene de nana, que en guaraní significa perfumado. Y fueron los colonizadores portugueses quienes adaptaron esta voz original guaraní para acercarla al modo en que hoy la usamos en la Argentina. Otra de sus nominaciones, piña, se debe a Cristóbal Colón, quien al verla por primera vez (en 1493, en la isla de Guadalupe) pensó erróneamente que había encontrado un tipo de piñón de pino.
ATORRANTES.
Lo de `atorrantes` viene de principios del siglo pasado, cuando colocaron unos grandes caños de desagüe en la costanera, frente a la actual Casa de Gobierno, en lo que hoy es Puerto Madero. Éstos tenían la leyenda `A. Torrant et Cie.` (nombre del fabricante francés) bien grande a lo largo de cada segmento de caño, y estuvieron casi más de un año hasta que, por fin, los enterraron. Mientras tanto `se fueron a vivir a los caños` cuanto vago, linyera y sujetos de avería rondaban por la zona y así surgió este dicho. Cuando la gente se refería a las personas que vivían en esos caños, los llamaban "A-Torran-tes". Más adelante se llamó así a toda persona vaga o de mal comportamiento.
BACÁN.
Aunque casi ya no se emplea, podemos escuchar esta palabra en muchísimos tangos de comienzos del siglo XX. “Mina que de puro esquillo con otro bacán se fue”, dice la letra de Ivette, compuesta por Pascual Contursi. “Hoy sos toda una bacana, la vida te ríe y canta”, reza Mano a mano, el clásico de Celedonio Flores. Del genovés baccan (jefe de familia o patrón), el término alude a una persona adinerada, elegante, amante del buen vivir y acompañó un fenómeno social: el surgimiento de la clase media y la figura del hombre capaz de darse ciertos lujos y exhibirlos.
BANCAR.
Con frases como “Yo te banco” o “No te banco más”, bancar es uno de los verbos que más usamos los argentinos para expresar si aguantamos, toleramos o apoyamos a algo o alguien. El origen del término es bastante discutido. Algunas opiniones señalan que alude al banco en el que nos sentamos, en el sentido de que este soporta nuestro cuerpo. Sin embargo, otros argumentan que se trata de una expresión popularizada gracias a los juegos de azar. Es que “bancame” era la súplica que hacían los apostadores a los responsables de la banca en los casinos.
BARDO.
Esta voz comenzó a utilizarse en la década del 80 y se propagó rápidamente, incluso con su verbo derivado: bardear. Se aplica para indicar la ocurrencia de problemas, líos, desorden o embrollos. Para algunos es una especie de “lunfardo del lunfardo” porque se trata de una simplificación del término balurdo, otra locución coloquial que tomamos del italiano (balordo: necio o tonto). Así que están avisados: la próxima vez que digan que algo “es un bardo”, sepan que del otro lado del océano pueden interpretar que se refieren simplemente a una tontería.
BERRETÍN.
Una obsesión, un capricho, una esperanza acariciada sin fundamento racional… eso es un berretín. De origen genovés, donde beretín alude a una especie de gorro o sombrero, la creatividad popular nombró así a los deseos intensos que llevamos en la cabeza. El tango supo recoger esta palabra. Por ejemplo, Niño bien arranca: “Niño bien, pretencioso y engrupido, que tenés el berretín de figurar”. Esta voz, hoy casi en desuso, también llegó al cine. En 1933 se rodó Los tres berretines, la segunda película argentina de cine sonoro que narraba tres pasiones porteñas: fútbol, tango y cine.
BOLÓ.
Sin lugar a dudas, boludo es una de las palabras que identifican a los argentinos y que más transformó su sentido a lo largo de las últimas décadas. De ser agresiva e insultante, se convirtió en una expresión inocente y típica empleada para llamar la atención del otro. En la provincia de Córdoba evolucionó de tal modo que terminó teniendo una sonoridad totalmente diferente: boló. Y la frase “¿Qué hacé’ boló?” podría ser perfectamente el saludo entre dos cordobeses que se tienen la más alta estima.
BOLUDO [Mención especial].
Convertida en un verdadero clásico argentino, boludo (y sus derivados, boludez, boludeo, boludear) fue mutando su significado a través del tiempo.
En el siglo XIX, los gauchos peleaban contra un ejército de lo que en aquella época era una nación desarrolla como la española.
Luchaban contra hombres disciplinados en las mejores academias militares provistos de armas de fuego, artillería, corazas, caballería y el mejor acero toledano, mientras que los criollos (montoneros), de calzoncillo cribado y botas de potro con los dedos al aire, sólo tenían para oponerles pelotas, piedras grandes con un surco por donde ataban un tiento, bolas (las boleadoras) y facones, que algunos amarraban a una caña tacuara y hacían una lanza precaria. Pocos tenían armas de fuego: algún trabuco naranjero o arma larga desactualizada.
Entonces, ¿cuál era la técnica para oponerse a semejante maquinaria bélica como la que traían los realistas? Los gauchos se formaban en tres filas: la primera era la de los "pelotudos", que portaban las pelotas de piedras grandes amarradas con un tiento. La segunda era la de los "lanceros", con facón y tacuara, y, la tercera, la integraban los "boludos" con sus boleadoras o bolas. Cuando los españoles cargaban con su caballería, los pelotudos, haciendo gala de una admirable valentía, los esperaban a pie firme y les pegaban a los caballos en el pecho. De esta forma, rodaban y desmontaban al jinete y provocaban la caída de los que venían atrás. Los lanceros aprovechaban esta circunstancia y pinchaban a los caídos.
En 1890, un diputado de la Nación aludió a lo que hoy llamaríamos "perejiles", diciendo que "no había que ser pelotudo", en referencia a que no había que ir al frente y hacerse matar. En la actualidad, resemantizada, funciona como muletilla e implica un tono amistoso, de confianza. El alcance del término es tan grande que, en el VI Congreso de la Lengua Española, realizado en 2013, el escritor argentino Juan Gelman la eligió como la palabra que mejor nos representa.
BONDI.
A fines del siglo XIX, los pasajes de tranvía en Brasil llevaban escrita la palabra bond (bono en inglés). Por eso, las clases populares comenzaron a referirse al tranvía como bonde (en portugués la “e” suena como nuestra “i”). A partir de entonces, el recorrido del vocablo fue directo: la trajeron los italianos que llegaban desde Brasil y, cuando el tranvía dejó de funcionar en Buenos Aires, se convirtió en sinónimo popular de colectivo.
CAMBALACHE.
Es el título del emblemático tango escrito por Enrique Santos Discépolo en 1935. Pero, ¿sabés qué significa exactamente esta palabra? Originalmente deriva del verbo cambiar y en nuestro país se utilizó para nombrar a las antiguas tiendas de compraventa de objetos usados. Este es el sentido que se le da en el tango cuando dice: “Igual que en la vidriera irrespetuosa de los cambalaches se ha mezclao la vida, y herida por un sable sin remache, vi llorar la Biblia junto al calefón”. Por eso, el significado se transformó en sinónimo de desorden o mezcla confusa de objetos.
CANA.
Existen diferentes versiones para explicar cómo surgió este vocablo que en lunfardo significa unívocamente policía. Una dice que proviene de la abreviatura de canario, que se empleaba en España para designar a los delatores. Aunque la historia más extendida lo ubica en el idioma francés, del término canne, y alude al bastón que portaban los agentes del orden. Como sea, cana pasó a nombrar a la policía y, más tarde, se empleó como sinónimo de cárcel (“ir en cana”). Hoy también se utiliza la expresión “mandar en cana” para decir, con picardía, que dejamos a alguien en evidencia.
CANCHA.
Apasionados por el deporte, los argentinos repetimos frases que ya forman parte de nuestra genética. “El domingo vamos a la cancha” es una de ellas. Como es sabido, cancha es el espacio que se destina a eventos deportivos y, en ocasiones, a algunos espectáculos artísticos. Pero lo que pocos conocen es que esta palabra proviene del quechua, lengua originaria en la que kancha significa lugar plano. La acepción que en la actualidad le damos a esta expresión llegó con la práctica de la lidia de toros y pronto se expandió a todos los deportes.
CANILLITA.
El origen de esta palabra es literalmente literario. La voz se toma de Canillita, una pieza teatral escrita por Florencio Sánchez en los primeros años del siglo XX. El protagonista es un muchacho de 15 años que trabaja en la calle vendiendo periódicos para mantener a su familia. Como sus piernas son muy flaquitas y lleva unos pantalones que le quedaron cortos por los que asoman sus canillas, lo llaman Canillita. Desde 1947, el 7 de noviembre se celebra el Día del Canillita en homenaje a la muerte del gran escritor uruguayo, autor de otra obra emblemática M’hijo el dotor.
CATRASCA.
Puede que, a menudo, muchos de los que utilizan esta palabra para referirse socarronamente a las personas torpes o propensas a los pequeños accidentes no tengan cabal idea de su significado literal. Sucede que esta expresión se establece como síntesis de la frase “Cagada tras cagada”. En la Argentina, se hizo popular en 1977 a partir de la película El gordo catástrofe, protagonizada por Jorge Porcel, quien personificaba un hombre que vivía de accidente en accidente y al que todos llamaban Catrasca.
CHABÓN.
Desde el tango El firulete, de Rodolfo Taboada, que dice “Vos dejá nomás que algún chabón chamuye al cuete y sacudile tu firulete…”, hasta After chabón, el último disco de la banda de rock Sumo, esta voz del lunfardo se instaló en la cultura argentina como sinónimo de muchacho, tipo o pibe. El término deriva de chavó (del idioma caló, usado por el pueblo gitano), que significa joven, muchachuelo. De allí provienen, también, algunas variantes como chavo y chaval, empleadas en diferentes países de habla hispana.
CHAMAMÉ.
La palabra chamamé proviene del guaraní chaá-maì-mé (“estoy bajo la lluvia” o “bajo la sombra estoy”). Según Antonio Sepp, musicólogo jesuita, los nativos se reunían bajo un enorme árbol y, en forma de ronda, hablaban y cantaban ordenadamente a lo largo de la noche; respetaban así la sabiduría de los años, sin negarles un lugar a los más jóvenes. Muchas veces terminaban danzando y desplazándose como en un rito de adoración o gratitud. Es en esos espacios de encuentro donde se cree que nació el chamamé, esa marca de identidad musical de la Mesopotamia.
CHAMIGO.
La oralidad reunió che y amigo en un solo término para dar origen a una tercera palabra: chamigo. En este caso, el vocablo che proviene del guaraní, y no del mapuche ni del valenciano, donde tiene otros significados. En guaraní, che es el pronombre posesivo mi, y por eso chamigo quiere decir mi amigo o amigo mío. Esta voz se emplea en Chaco, Corrientes, Misiones y Entre Ríos, provincias donde la cultura guaranítica tiene mayor peso. “El chamigo es algo más que lo común de un amigo, es esa mano que estrecha con impulso repentino”, canta el chamamecero Antonio Tarragó Ros.
CHANGO.
En el noroeste se usa la palabra chango, o su diminutivo changuito, como sinónimo de niño o muchacho. El término deriva de una voz quechua que significa pequeño. Una zamba dice “Cántale, chango, a mi tierra, con todita tu alma, con toda tu voz, con tu tonadita bien catamarqueña; cántale, changuito, lo mismo que yo”. Nieto, Farías Gómez y Spasiuk son solo tres de los Changos que ha dado el folklore argentino y que llevan este vocablo como apodo, indisolublemente unido a su apellido.
CHANTA.
Se trata de la abreviatura de la voz genovesa ciantapuffi, que significa planta clavos; es decir, persona que no paga sus deudas o que no hace bien su trabajo. Pero en nuestro país, cuando le decimos chanta a alguien, nos referimos a que no es confiable o creíble, que es irresponsable o no se compromete. Aunque también se asocia a la picardía si se emplea para nombrar a aquel que finge y presume cualidades positivas. En otras palabras, un chanta sería un charlatán, un chamuyero. En cambio, “tirarse a chanta” es abandonar las obligaciones o, como se dice en la actualidad, “hacer la plancha”.
CHAUCHA Y PALITO.
Se estima que esta frase nació en nuestro campo y se la usa para referirse a algo de poco beneficio económico o ínfimo valor. El palito alude al de la yerba que flota en el mate mal cebado: aquello que no sirve, que está pero molesta. En el caso de chaucha refuerza el sentido: para el gaucho, básicamente carnívoro, la chaucha era un vegetal sin importancia, barato, del que prefería prescindir. Además, en tiempos de la colonia, chaucha se denominaba una moneda de poco valor. Como decir “poco y nada”, pero referido unívocamente al valor monetario.
CHE.
Es una de las palabras que más nos identifica en el mundo. Casi como una seña personal. La usamos para llamar la atención del otro, para quejarnos o simplemente como interjección. La historia más difundida sostiene que es una voz mapuche que significa gente. Sin embargo, otra teoría señala que proviene de Valencia (España), donde le dan usos similares a los nuestros. Ernesto Guevara, ya que de Che hablamos, debe su apodo a la recurrencia con que empleaba la muletilla en su discurso coloquial.
CHORIPÁN.
A mediados del siglo XIX, los gauchos que habitaban las zonas rurales del Río de la Plata dieron origen a una de las minutas que más caracteriza los domingos de los argentinos: el choripán. El término, que es un acrónimo de chorizo y pan, nació en los tradicionales asados gauchescos cuando comer una achura entre dos trozos de pan empezó a ser costumbre. Hoy, a esta denominación que ya es un símbolo identitario de nuestro vocabulario, se le acoplaron dos sándwiches más: vaciopán y morcipán.
COLIFA.
Colifa es un término muy popular que empleamos para expresar, con cierta ternura, que alguien está loco, piantado o rayado. Aunque el sentido común nos lleva a pensar que proviene del término colifato, los estudiosos explican que coli deriva del vocablo italiano coló (que significa, justamente, chiflado). A su vez, colo es loco al vesre ()al revés en lunfardo). Entonces, colifato, y su apócope colifa, aparecen como transformaciones de ese término original que en el habla de la calle sumó sílabas con fines únicamente creativos.
CROTO.
La expresión `Croto` se remonta a la década del `20, cuando el entonces Ministro de Obras Públicas y Transporte, Crotto, implementó una especie de certificado de pobreza y cuyo portador podía viajar gratis en los tranvías y trenes. Hoy en día se denomina con este nombre a toda persona mal vestida que con su apariencia denota su estado de indigencia.
CUARTETO.
En cualquier lugar del mundo se denomina cuarteto a un conjunto de cuatro integrantes, pero para los argentinos se trata, además, de un género musical con influencias de la tarantela y el pasodoble. Este ritmo tropical, que comenzó a bailarse en las zonas rurales de la provincia de Córdoba durante la década del 40 y se popularizó en todo el país en los 90, es una creación cien por ciento argentina. Sus dos exponentes más emblemáticos, Carlos “La Mona” Jiménez y Rodrigo Bueno, convirtieron a este género en una alegre y festiva marca de identidad.
DEL AÑO DEL ÑAUPA.
Se trata de una expresión muy antigua y, decirlo así, puede parecer redundante. Porque ñaupa es una voz quechua que significa viejo o antiguo. En general, se emplea para aludir a un acontecimiento que data de tiempo atrás. La creencia popular considera que Ñaupa fue una persona que tuvo una existencia asombrosamente prolongada. Muy utilizado en la década del 30, suele asociarse al lunfardo, en especial cuando se dice que un tango es “del año del ñaupa”. Su equivalente en España es “del tiempo de Maricastaña”. La versión moderna sería "del año del orto"
DESPIPLUME.
Muchas veces, los medios de comunicación masiva logran instalar expresiones en el habla cotidiana gracias a memorables personajes de ficción y, también, a los guiones de algunas publicidades. Es el caso de despiplume, una voz que nació en la década del 70 en un spot de la famosa marca de coñac Tres plumas protagonizado por Susana Giménez. A través de un juego de palabras, la idea fue asociar el término despiole al producto. Sin dudas, lo lograron, pues si bien hoy la expresión casi no se usa, cualquiera sabe qué queremos decir cuando afirmamos que “esto es un despiplume”.
DULCE DE LECHE.
“Más argentino que el dulce de leche”, dice la expresión popular. Sin embargo, son varios los países que se atribuyen su creación. Nuestra versión cuenta que esta delicia nacional nace de una casualidad. En 1829, Juan Manuel de Rosas esperaba a Juan Lavalle, su enemigo político, en una estancia. La criada hervía leche con azúcar para cebar el mate y olvidó la preparación por largo tiempo en el fuego. Aún así, Rosas quiso probar la sustancia espesa y amarronada que se había formado en la olla. Para sorpresa de la criada, le encantó y decidió bautizarla dulce criollo.
EN PAMPA Y LA VÍA.
Quedarse sin un peso, agotar los recursos, tener que vender la casa… Cualquiera de estas circunstancias puede expresarse con el mismo dicho: “Me quedé en Pampa y la vía”. ¿Alguna vez escuchaste de dónde viene este dicho? Tiene una ubicación geográfica muy precisa porque la calle La Pampa se cruza con la vía del tren muy cerca del hipódromo de Buenos Aires. Cuenta la leyenda que los jugadores que apostaban a los caballos, cuando tenían un día de mala racha y lo perdían todo, se iban del barrio en un ómnibus que salía del cruce de Pampa y la vía.
FIACA.
La historia de esta palabra –que todos asociamos a la pereza y desgano– se origina en el habla de los almaceneros de barrio procedentes de Italia. En genovés, fiacún alude al cansancio provocado por la falta de alimentación adecuada. Y fueron estos comerciantes quienes diseminaron el término que, con el uso coloquial, se transformó en fiaca. Como habrá sido que se instaló, que una de las famosas Aguafuertes porteñas de Roberto Arlt se refiere al tema: “No hay porteño, desde la Boca a Núñez, y desde Núñez a Corrales, que no haya dicho alguna vez: ‘Hoy estoy con fiaca”.
GAMBETA.
Proviene de gamba, que en italiano significa pierna, y es un término que usamos en diferentes contextos. Por ejemplo, “hacer la gamba” es ayudar a otra persona. Claro que, si las cosas no salen bien, decimos que lo que hicimos fue “meter la gamba”. Puntualmente, gambeta refiere a un movimiento de danza que consiste en cruzar las piernas en el aire. Pero en el Río de la Plata funciona como metáfora de otro arte, el fútbol: porque en el campo de juego, gambeta es el movimiento que hace el jugador para evitar que el contrario le arrebate la pelota. Por eso, en el uso cotidiano, cuando sorteamos obstáculos decimos que gambeteamos.
GAUCHADA.
En nuestro lenguaje cotidiano, hacer una gauchada es ayudar a alguien sin esperar nada a cambio. La gauchada era una actitud típica de los gauchos, un gesto completo de solidaridad. Es que estos hombres cumplieron un rol clave en la guerra de la Independencia por su valentía, habilidad para cabalgar y gran conocimiento del territorio. Por el contrario, hacer una guachada es cometer una traición, aunque detrás de esta expresión haya un sentido más trágico que desleal. Y es que guacho refiere a la cría animal que perdió a su madre, y por extensión, a los niños huérfanos.
GIL.
A la hora de dirigirse a alguien en forma peyorativa, gil es una de las expresiones preferidas por los argentinos. Asociada a la ingenuidad o a la falta de experiencia, algunos sostienen que proviene de perejil, otra voz coloquial que en una de sus acepciones puede emplearse con un significado parecido, puesto que hasta hace unos años era una hortaliza tan barata que los verduleros directamente la regalaban. Sin embargo, gil proviene del caló, una antigua lengua gitana en la que gilí quiere decir inexperto.
GUACHO.
En el campo se denomina como guacho al ternero que queda huérfano.
GUARANGO.
Es lamentable, pero algunas palabras que usamos cotidianamente provienen de situaciones históricas de discriminación y exclusión. Es el caso de guarango, que si bien en la actualidad se emplea como sinónimo de grosero, maleducado o malhablado, fue instalada por los españoles de la conquista como referencia despectiva y racista hacia los nativos que hablaban en guaraní. Decirle guarango a la persona que emplea un vocabulario soez es ofensivo pero no por la adjetivación que pretende, sino porque su origen alude a una descalificación arbitraria.
GUASO.
La frecuencia con que se emplea el término guaso en Córdoba lo convierte en un cordobesismo. Pero ser guaso en esta provincia tiene por lo menos dos niveles. Cuando alude a un hombre: “El guaso estaba tomando algo en el bar”, la palabra solo sirve para definirlo como individuo masculino (en este caso, guaso funciona como sinónimo de tipo, chabón, etc.). Pero también se emplea para hacer referencia a alguien grosero o de poca educación: “No seai guaso vo’”. Y es tal la dinámica del vocablo que permite hiperbolizarlo, de manera que algo guaso pueda crecer hasta ser guasaso.
GUITA.
En lunfardo, el dinero tiene infinidad de sinónimos: mango, viyuya, morlaco, vento, mosca, tarasca. También existe un lenguaje propio para hablar de su valor: luca es mil, gamba es cien y palo es millón. Sin embargo, el origen del término guita es difícil de rastrear. Una de las versiones más difundidas sostiene que proviene del alemán, específicamente del germano antiguo, de la voz witta, usada para denominar algo fundamental sin lo cual no se puede vivir. A su vez, witta también proviene del latín vita que significa vida.
GURÍ.
¿Alguna vez te dijeron gurí o gurisa? Seguramente fue cuando todavía eras un chico. Porque el término proviene de la voz guaraní ngiri y significa muchacho, niño. Es una palabra que podemos escuchar en Corrientes, Misiones y Entre Ríos, y por supuesto también en la República Oriental del Uruguay. “¡Tu recuerdo ya no es una postal, Posadas! Ni tu yerbatal, ni tu tierra colorada. Con un sapukay siento que tu voz me llama porque tengo en mí, alma de gurí”, dice la letra del chamamé Alma de gurí.
HUMITA.
La humita es mucho más que un gusto de empanada. Pero son pocos los que saben que la palabra proviene de la voz quechua jumint’a, un alimento que preparaban los antiguos pueblos indígenas del continente (incas, mayas y aztecas). Hecho a base de choclo triturado, la preparación incorpora cebolla, tomate y ají molido, se sirve envuelto en las mismas hojas de la planta del maíz. Este delicioso y nutritivo plato es típico de Chile, Bolivia, Ecuador, Perú y el norte argentino.
IRSE AL HUMO.
“Se me vino al humo” es una imagen cotidiana en el habla de los argentinos. El dicho alude al modo en que los indígenas convocaban a los malones y figura en el Martín Fierro, de José Hernández: “Su señal es un humito que se eleva muy arriba / De todas partes se vienen / a engrosar la comitiva”. Pero también la registra Lucio V. Mansilla en Una excursión a los indios Ranqueles: “El fuego y el humo traicionan al hombre de las pampas”, escribe dando a entender que una fogata mal apagada o la pólvora que quemaban los fusiles bastaban para que lanzas y boleadoras acudiesen a la humareda.
LABURAR.
Laburar surge naturalmente del verbo lavorare (trabajar en italiano), que a su vez deriva de labor en latín, cuyo significado es fatiga, esfuerzo. La connotación negativa se encuentra también en los orígenes del término en español ya que trabajar proviene del vocablo latín tripalium, traducido como tres palos: un instrumento de castigo físico que se usaba contra los esclavos. De modo que si bien el laburo dignifica y es salud; el origen de su locución nos remonta a situaciones que poco tienen que ver con esos significados.
MATE.
La propuesta es natural en cualquier parte: “¿Y si nos tomamos unos mates?”. Esta infusión, la más amada por los argentinos, toma su nombre, como muchas otras palabras, de la lengua quechua. Porque mati es la voz que empleaban los pueblos originarios para referirse a cualquier utensilio para beber. Y es que mate tiene la particularidad de aludir al contenido, pero también al continente. Un término que para los rioplatenses significa mucho más que una bebida. Porque la mateada es un ritual, un espacio de encuentro y celebración.
MORFAR.
Proviene de la palabra italiana morfa que significa boca. Con el tiempo y el uso, la expresión adquirió nuevos sentidos: padecer, sobrellevar, sufrir: “Me morfé cuatro horas de cola”. En el ámbito del deporte, especialmente en el terreno futbolístico, suele emplearse el giro “morfarse la pelota”, algo así como jugar solo sin pasar el balón a los otros jugadores. Pero tan instalado estaba el término en la década del 30, que el historietista Guillermo Divito creó un personaje para la revista Rico Tipo que se llamaba Pochita Morfoni, una señora a la que le gustaba mucho comer.
MOSCATO.
Quizás los más jóvenes asocian el término a la famosa canción de Memphis La Blusera, Moscato, pizza y fainá. Sin embargo, el tradicional vino dulce, llamado así porque está hecho con uva moscatel, perdura más allá del blues local y sigue siendo un clásico de los bodegones y pizzerías de todo el país. El hábito llegó con los inmigrantes italianos a fines del siglo XIX, pero la costumbre de servirlo cuando se come una buena porción de muzzarella es propia de nuestro país y comenzó a establecerse allá por 1930.
NO QUIERE MÁS LOLA.
Lola era el nombre de una galleta sin aditivos que a principios del siglo XX integraba la dieta de hospital. Por eso, cuando alguien moría, se decía: `Este no quiere más Lola`. Y, desde entonces, se aplica a quien no quiere seguir intentando lo imposible.
ÑANDÚ.
De norte a sur y hasta la provincia de Río Negro, el ñandú es una de las aves que más se destaca en los paisajes de la Argentina. Este fabuloso animal de gran porte, que puede llegar a medir hasta 1,80 m de altura, toma su nombre de la lengua guaraní, en la que ñandú significa araña. La explicación alude a las semejanzas entre los elementos de la naturaleza. Los pueblos originarios veían un notorio parecido entre el plumaje del avestruz americano -y las figuras que se forman en él- y los arácnidos que habitan las regiones subtropicales.
NI EN PEDO.
Para ser tajantes, a veces decimos que no haremos algo "Ni en pedo", "Ni mamado", o “Ni ebrios ni dormidos”. Algunos sostienen que la expresión nació cuando Manuel Belgrano encontró a un centinela borracho y dormido. Enseguida, habría establecido una norma por la que “ningún vigía podía estar ebrio o dormido en su puesto”. Otra versión dice que, tras el triunfo en Suipacha, alguien alcoholizado propuso un brindis “por el primer Rey y Emperador de América, Don Cornelio Saavedra”. Mariano Moreno se enteró y lo desterró diciendo que nadie “ni ebrio ni dormido debe tener expresiones contra la libertad de su país”.
NO QUIERE MÁS LOLA.
Cuando no queremos más complicaciones, nos cansamos de participar en algo, o necesitamos cesar alguna actividad, decimos: “No quiero más lola”. En la Buenos Aires de 1930 se fabricaban las galletitas Lola. Elaboradas con ingredientes saludables, eran indicadas en las dietas de los hospitales. En ese contexto, cuando un enfermo podía empezar a ingerir otro tipo de alimentos, se decía que “No quería más lola”. Otro uso, más oscuro: cuando fallecía un paciente internado, obviamente, dejaba de comer. De ahí el dicho popular: “Este no quiere más lola”.
PANDITO.
Los mendocinos emplean muchos términos propios que pueden escucharse en su territorio y también, debido a la cercanía, en Chile (y viceversa). Una de las voces más representativas de este intercambio lingüístico es guón, apócope del huevón chileno. Existen algunas otras, pero menos conocidas. Por ejemplo, pandito. ¿Pero qué significa? Proviene de pando y quiere decir llano o poco profundo. “Me quedo en lo pandito de la pileta” o “Donde topa lo pandito”, que alude a donde termina el llano y comienza la montaña.
PAPUSA.
El lunfardo, la creatividad de la calle y el tango se ocupan de piropear y resaltar la belleza de la mujer. Quizá, una de las palabras que mejor lo hace sea papusa, empleada para referirse a una chica bonita, atractiva o espléndida. Este término, que también funciona como sinónimo de papirusa, se puede encontrar en clásicos del tango rioplatense como El ciruja, de Alfredo Marino, o ¡Che, papusa, oí!, de Enrique Cadícamo, que inmortalizó los versos “Che papusa, oí los acordes melodiosos que modula el bandoneón”.
PATOVICA.
Llamamos patovicas a quienes se ocupan de la seguridad de los locales bailables. Pero esta expresión nació lejos de las discotecas y cerca de los corrales avícolas. Allá por 1900, Víctor Casterán fundó en Ingeniero Maschwitz un criadero de patos y lo llamó Viccas, como las primeras letras de su nombre y su apellido. Alimentados con leche y cereales, los patos Viccas eran fornidos y sin grasa. La semejanza entre estos animales y los musculosos de los gimnasios surgió enseguida. Que los hercúleos custodios de los boliches terminaran cargando con ese mote, fue cuestión de sentarse a esperar.
PIBE.
Los rioplatenses suelen utilizar la expresión pibe como sinónimo de niño o joven. Existen diferentes versiones sobre su origen. La más difundida señala que proviene del italiano, algunos creen que del lombardo pivello (aprendiz, novato) y otros que se tomó del vocablo genovés pive (muchacho de los mandados). Pero la explicación española aporta el toque de humor. La palabra pibe, del catalán pevet (pebete), denominaba una suerte de sahumerio que gracias a la ironía popular y la subversión del sentido pasó a nombrar a los adolescentes, propensos a los olores fuertes.
PIPÍ CUCÚ.
Este argentinismo se usa para decir que algo es espléndido o sofisticado. La divertida leyenda cuenta que se popularizó en la década del 70 cuando Carlos Monzón llegó a París para pelear con el francés Jean-Claude Bouttier. Antes del combate, el argentino recibió la llave de la ciudad y, al tomar el micrófono para agradecer el honor, se dispuso a repetir el discurso que había ensayado largamente. La carcajada de la platea se desató cuando Monzón, en lugar de decir “merci beaucoup” (muchas gracias en francés) tal como lo había practicado, expresó algo nervioso: “pipí cucú”.
PIRARSE.
Pirarse es piantarse. Es decir, “irse, tomarse el buque”. Y literalmente así nace este verbo. El piróscafo era un barco a vapor que, en los primeros años del siglo XX, constituía la forma más rápida de viajar de un continente al otro. Por eso, la expresión “tomarse el piro” empezó a usarse para decir que alguien se marchaba de un lugar de manera apresurada. Sin embargo, el tiempo le otorgó otro significado: el que se iba, podía hacerlo alejándose de la realidad: “Está pirado”, “No le digas así que se pira”. Entonces, pirarse pasó a ser sinónimo de enloquecer.
PONCHO.
El poncho es una prenda sudamericana típica por definición que forma parte de la tradición criolla. Por simpleza, comodidad y capacidad de abrigo, es utilizado hasta el día de hoy en la Argentina, Chile, Ecuador y Bolivia. El origen de la palabra que lo denomina tiene muchísimas variantes, pero una de las más difundidas explica que proviene del quechua, punchu, con el mismo significado. Otra versión la relaciona con punchaw (día en quechua), como una analogía entre el amanecer de un nuevo día y la acción de emerger la cabeza a través del tajo del poncho.
PORORÓ.
Si algo destaca al maíz y a sus distintas preparaciones en todo el mundo, especialmente en Latinoamérica, es la gran cantidad de voces que lo nombran. Lo que en Buenos Aires se conoce como pochoclo y en otros países son rosetas de maíz; en Misiones, Corrientes, Entre Ríos, Chaco, Formosa y Santa Fe se le llama pororó. Esta palabra encuentra su origen en el guaraní. Es que los nativos le decían pororó a todo aquello que generaba un sonido estruendoso y, como es sabido, la preparación de este alimento, provoca la idea de pequeñas explosiones.
TANGO.
El tango es uno de nuestros géneros musicales y de danza más tradicionales. Sin embargo, la etimología de su nombre es objeto de fuertes controversias. Hay quienes dicen que el término proviene de tangomao, un africanismo con el que se definía a los traficantes de esclavos en la época colonial. De este modo, en América se llamó tango a los sitios donde se reunían los africanos para bailar y cantar. Otra teoría señala que el mismo vocablo entró en la segunda mitad del siglo XIX, desde Cuba y Andalucía, para denominar un género musical que en el Río de la Plata adquirió su propia idiosincrasia.
TENER LA VACA ATADA.
“Vos tenés la vaca atada”, le decimos a quien disfruta de un garantizado bienestar económico. El dicho nace en el siglo XIX, cuando en la Argentina se impuso el modelo agroexportador y muchos estancieros se enriquecieron gracias a la vasta cantidad de hectáreas que podían explotar. En aquellos tiempos, era común que los nuevos ricos viajaran a Europa con sus familias. Era costumbre que también llevaran a su personal de servicio y una vaca para obtener la leche para sus hijos durante el viaje. El animal tenía que viajar sujeto en un rincón de la bodega del barco. Esa es la famosa vaca atada.
TILINGO.
Hay palabras que, como si se tratara de una moda, aparecen y desaparecen del uso cotidiano según el contexto histórico. Es el caso de tilingo, la expresión popularizada por Arturo Jauretche, quien la instaló en el habla de los argentinos como un adjetivo para calificar a las personas que se preocupan por cosas insignificantes y ambicionan pertenecer a una clase social más alta. Además, este pensador emblemático del siglo XX actualizó el empleo de cipayo e introdujo los términos vendepatria y medio pelo.
TIRAR MANTECA AL TECHO.
Seguramente más de una vez le habrás dicho a alguien: “Dejá de tirar manteca al techo”. El giro busca expresar la idea de un gasto ostentoso e innecesario y su origen se ubica en la Buenos Aires de 1920. Por entonces, los jóvenes adinerados se divertían en los restaurantes de moda arrojando rulitos de manteca con el tenedor. Le apuntaban al techo y el objetivo era competir para ver quién era capaz de dejar pegados más trozos al cielo raso, o cuál de todos se mantenía adherido por más tiempo. Una práctica absurda de la que, afortunadamente, solo nos queda la expresión cotidiana.
TODO BICHO QUE CAMINA VA A PARAR AL ASADOR.
Tomado del Martín Fierro, el libro de José Hernández icono de la literatura gauchesca, este refrán se basa en la idea de que cualquier animal se presta para ser asado y comido. Sabido es que en la Argentina amamos los asados y todo el ritual que los envuelve. Pero, además, con el tiempo el dicho “Todo bicho que camina va a parar al asador” evolucionó sumando otros significados. Durante las décadas del 40 y 50, la frase fue utilizada también para hacer alusión a las cosas o personas cuyas acciones tienen un final previsible.
TRUCHO.
Desde hace algunas décadas es un término de uso ineludible en nuestro lenguaje cotidiano. Para los argentinos, las cosas falsas, tramposas o de mala calidad son truchas. Y dentro de esa categoría entran también las personas fraudulentas. Deriva de la palabra truchimán, muy común en el español antiguo y que refiere a personas sin escrúpulos. El empleo de trucho se hizo popular en 1986 cuando, a raíz de la crisis ecológica causada por algunas empresas en el río Paraná, el periodista Lalo Mir comentó en su programa radial que los funcionarios debían dar la trucha (cara) porque si no eran unos truchos.
VAGO.
Córdoba tiene su propia tonada, su propia forma de hablar y, claro, su modo particular para usar las palabras. En cualquier otra región, el término vago hace referencia a alguien perezoso, a un holgazán que nunca tiene ganas de hacer nada. Pero en esta provincia, vago puede ser cualquiera. Es que la palabra se utiliza para dirigirse a otra persona en forma totalmente desenfadada. Así, una frase como “El vago ese quiere trabajar todo el día” no encierra ninguna contradicción si es pronunciada dentro de los límites del territorio cordobés.
VIVA LA PEPA.
Contra lo que pudiese creerse, `viva la Pepa` no es el grito de alegría de un buscador de oro, sino el que usaban los liberales españoles en adhesión a la Constitución de Cádiz, promulgada el 19 de marzo de 1812, en la festividad de San José Obrero. Como a los José se los apoda Pepe, en vez de decir `viva la Constitución` -lo que conllevaba llegar a ser reprimidos- los liberales gritaban `viva la Pepa`. Hoy, en Argentina, su significado se ha desvirtuado y se parece a `piedra libre`.
YETA.
Significa mala suerte y se cree que deriva de las palabras napolitanas jettatura (mal de ojos) y jettatore (hombre maléfico que con su presencia produce daño a los demás). En 1904 se estrenó la obra ¡Jettatore!, de Gregorio de Laferrere, sobre un hombre con un aura funesta, y, desde entonces, los supersticiosos mantienen viva la palabra yeta. Por ejemplo, se emplea la expresión “¡Qué yeta!” en lugar de “¡Qué mala suerte!” ante una situación desafortunada. También se dice que alguien es yeta cuando se sospecha que trae mala suerte o que está enyetado cuando todo le sale mal.
ZAMBA.
No hay que confundir zamba, género folklórico argentino, con samba, música popular brasileña. Porque el simple cambio de una letra nos puede hacer viajar de una cultura a otra. La historia cuenta que durante la conquista española se denominaba zambo al hijo varón de un negro con una indígena. Por extensión, la música y la danza de esta comunidad pasó a llamarse zamba, ya que las coplas que se cantaban iban dirigidas a las mujeres. Esta danza proviene de la zamacueca peruana que, al llegar a la Argentina, incorporó el pañuelo como elemento característico.
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Un poco de contexto para el descontento

Un poco de contexto para el descontento

Junto a todes quienes quieran ayudar, estames haciendo una lista con ejemplos de lo que es la raíz del problema actual.
Lo pegó acá y espero que puedan ayudarnos con más datos con sus respectivas fuentes.

No sirve prensa, a menos que sean centros de investigación y wikipedia sólo se permite cuando se trate de casos judiciales, wikimedia o similares.

Abrazos

El que no marcha es Piñera.

Contextualizando las movilizaciones:

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[1] regresion lineal sobre los datos disponibles la referencia, corrigiendo por la inflación y considerando el dolar a 710 CLP.
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Edit: added 8 to list
Edit2: move la wea de edit flag. Al rato me pongo a agregar los datos de la OCDE, pero falta sobre salud, electricidad, agua y marco legal. Esas weas son más.
Edit2.1: vale por el gold, el que no salta es paco.
Edit 3: Agregué la versión actual con info sobre aguas, electricidad y medio ambiente. Todas las balas se van a devolver
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